Primo shutdown in sette anni per gli Stati Uniti con conseguente congelamento di parte dell'amministrazione federale. Il disegno di legge repubblicano che mirava a estendere i finanziamenti per sette settimane è stato respinto con 55 voti contrari e 45 favorevoli, non raggiungendo così i 60 voti necessari per l’approvazione.
Lo stallo politico ruota intorno ai disaccordi sulla spesa per sanità e assicurazioni. I Democratici hanno ripetutamente chiesto di includere i sussidi sanitari nel provvedimento di spesa, mentre i Repubblicani hanno sostenuto che la questione andrebbe discussa separatamente e in un secondo momento.
L’Ufficio di Bilancio del Congresso ha stimato che 750 mila dipendenti (il 26% della forza lavoro federale) saranno messi in congedo forzato, con un costo giornaliero di 400 milioni di dollari. Come se non bastasse il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prima della votazione di martedì 30 settembre, ha minacciato di licenziare altri dipendenti federali in caso di chiusura del governo.
«È una mossa rischiosa per i democratici, sia politicamente, poiché corrono il rischio che gli elettori li incolpino per lo shutdown, sia di principio, perché il presidente Trump ha minacciato di usare lo shutdown per ridurre posti di lavoro e programmi federali. Tuttavia, i democratici vedono lo shutdown come uno dei pochi mezzi di pressione a loro disposizione nei confronti di Trump, che ha utilizzato il potere esecutivo per apportare cambiamenti radicali», commenta Daniel Richard Vernazza, chief international economist di Unicredit.
The Donald, insieme ai Repubblicani, ha attribuito in gran parte la responsabilità dello shutdown al partito democratico. I leader democratici, dal canto loro, hanno accusato i Repubblicani, affermando che milioni di americani rischiano di dover affrontare costi sanitari più elevati nei prossimi mesi. Non è ancora chiaro quanto durerà. Dal 1981 il Congresso ha chiuso il governo federale 15 volte.
L’ultimo shutdown si è verificato durante il primo mandato di Trump: è durato 35 giorni tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 con l’Ufficio di Bilancio del Congresso che aveva stimato un impatto di 11 miliardi di dollari sul pil. Quello del 2018-2019 è stato il più lungo nella storia degli Stati Uniti e ha colpito circa 800.000 dipendenti federali. «L’impatto economico dovrebbe essere temporaneo e limitato, riducendo di circa 0,2-0,3 punti percentuali la crescita trimestrale annualizzata del pil per ogni settimana di durata dello shutdown», calcola Daniel Richard Vernazza. Se lo shutdown dovesse durare tre settimane, il tasso di disoccupazione potrebbe salire al 4,6%-4,7% rispetto al 4,3% di agosto, poiché i lavoratori in congedo forzato verrebbero conteggiati come disoccupati temporaneamente, secondo Bloomberg Economics.
Trump ha, appunto, suggerito che la sua amministrazione potrebbe utilizzare questo shutdown per procedere a licenziamenti di massa dei lavoratori federali, oltre ai congedi temporanei stimati per 750 mila dipendenti governativi. Questi tagli si aggiungerebbero ai circa 150 mila lavoratori che lasceranno la forza lavoro dal 1° ottobre grazie ai programmi di dimissioni differite offerti sotto l’iniziativa Doge di Elon Musk. Combinati con i precedenti turni di prepensionamenti e licenziamenti di quest’anno, potrebbero innescare una recessione in alcune parti del Paese, come l’area metropolitana di Washington DC.
Gran parte dell’impatto economico di uno shutdown storicamente viene recuperato dopo la sua fine, ma non tutto. L’Ufficio di Bilancio del Congresso ha stimato che l’economia statunitense non abbia recuperato 3 miliardi di dollari degli 11 miliardi persi in termini di produzione economica durante lo shutdown del 2018-2019. Senza contare che lo shutdown ritarderà l’uscita di dati macroeconomici chiave, come il rapporto sull’occupazione del Bureau of Labor Statistics previsto per venerdì 3 ottobre. I dati pubblicati il 1° ottobre hanno mostrato un rallentamento del mercato del lavoro americano con l'occupazione nel settore privato statunitense che ha registrato a settembre il calo (-32 mila posti di lavoro) più marcato degli ultimi due anni e mezzo, mentre l’inflazione è relativamente sotto controllo, seppur sopra l’obiettivo del 2% della Fed.
Per Sarah Bianchi, strategist di Evercore Isi, lo shutdown sarà relativamente breve, da una a due settimane, e non avrà grandi implicazioni macroeconomiche se dura meno di alcune settimane, come gli shutdown precedenti.
Wall Street ha retto (+0,09% l’indice Dow Jones in chiusura di seduta il 1° ottobre e +0,34% l’S&P500). «L’incertezza economica generata dallo shutdown negli Stati Uniti potrebbe pesare sui mercati azionari, soprattutto dopo il rally dei titoli statunitensi, mentre potrebbe sostenere gli asset sicuri, inclusi i Treasury. Inoltre, il dollaro statunitense potrebbe rimanere sotto pressione», prevede Richard Vernazza.
Il rendimento del Treasury Usa 10 anni è sceso al 4,10%, mentre quello del 30 anni al 4,71%. Gli shutdown prolungati hanno storicamente favorito i Treasury a lunga scadenza. Con la chiusura del governo nel 2018 durata più di un mese, i rendimenti dei titoli di Stato decennali sono scesi di quasi mezzo punto percentuale. All’epoca, il rally era iniziato già prima dell’evento, a causa dei timori che lo shutdown potesse innescare una recessione.
In effetti anche questa volta i trader hanno intensificato le posizioni rialziste sui titoli di Stato Usa il 30 settembre, il giorno prima dello shutdown che potrebbe consolidare le aspettative di un nuovo taglio dei tassi di interesse da parte della Fed alla prossima riunione del 28-29 ottobre. I trader hanno investito milioni di dollari in opzioni, puntando sul fatto che i Treasury a 10 anni siano sul punto di un rally che porterà i rendimenti ai minimi degli ultimi cinque mesi.
«Il rischio, sebbene non sia lo scenario di base, è che le aspettative si spostino verso uno shutdown della durata di un mese o più, il che può intensificare i timori di un rallentamento economico e far scendere ulteriormente i rendimenti dei Treasury», ha affermato a Bloomberg Naokazu Koshimizu, strategist senior di Nomura. «Se lo shutdown dovesse protrarsi fino alla riunione del Fomc del 29 ottobre, le probabilità di un taglio dei tassi aumenterebbero in modo significativo». Ad accentuare i rischi anche le minacce del presidente Trump di «molti» licenziamenti di lavoratori federali.
Il dollaro si è indebolito sia nei confronti dell’euro, che vale 1,1727, sia dello yen a 147,071 (-0,50%). Tra le materie prime, spicca l’oro che ha registrato un nuovo record assoluto a quota 3.871,94 dollari l’oncia. Il prezzo del metallo giallo è balzato di oltre il 47% dall’inizio dell’anno, avviandosi verso il maggior guadagno annuale dal 1979. (riproduzione riservata)