Lo scenario macro del commercio internazionale - analizzabile con fattori di deglobalizzazione e riglobalizzazione - mostra proiezioni probabilistiche non catastrofiche osservando l’esito del recente G7 e dintorni, ma nemmeno sufficientemente positive per le nazioni molto dipendenti dall’export e con difficoltà ad aumentare il potenziale di crescita via più consumi interni.
Tra queste (Giappone, Germania, Corea del Sud, Cina, eccetera...) spicca l’Italia: ai suoi due moltiplicatori di forza geopolitica tradizionali per ottenere più spazio geoconomico, cioè la convergenza con Unione Europea e Stati Uniti, va aggiunto un terzo. Qui un primo spunto di ricerca indirizzato alla nuova funzione (geo)economica del ministero degli Esteri.
Il governo corrente ha fissato in 700 miliardi l’anno nel breve-medio periodo l’obiettivo dell’export. Una simulazione del mio gruppo di ricerca lo colloca tra 900 e 1.000 entro il 2030 per sostenere la riduzione del debito pubblico e aumentare il reddito medio degli occupati nonché la competitività del sistema industriale. Non facile sia per motivi interni (limiti alla detassazione stimolativa, alla conversione del risparmio in investimenti industriali eccetera) sia esterni, sintetizzabili come secondarietà geopolitica nelle relazioni con Usa e Ue che pur non penalizzando troppo le aziende italiane nemmeno le favorisce. Pertanto l’espansione estera italiana richiede un terzo fattore moltiplicativo.
Sarebbe anche necessaria una modernizzazione del ciclo di capitale interno, come già abbozzato nel mio libro Italia globale (Rubbettino, 2023). Ma per tale riconfigurazione interna servono soldi che per un lungo periodo possono venire solo da fuori in forma di export e investimenti esteri attratti da un sistema italiano sempre più globalizzante, calcolando costante il ciclo del turismo.
Che cosa può essere il terzo moltiplicatore esterno? Aumento dei bilaterali strategici con il più possibile di nazioni compatibili nel pianeta. Da un lato tale strategia è già in atto (Africa, Indo-Pacifico, Sudamerica, Asia centrale) con buon successo e con un metodo sia di reciprocità sia di compatibilità con la collocazione europea, G7 e Nato di Roma. Dall’altro va estesa e potenziata.
Come? Sostegno maggiore ai trattati doganali dell’Unione Europea entro cui sviluppare bilaterali collaborativi più profondi, come per esempio quelli con Giappone, India, Canada (questo con accessi importanti ai minerali critici). Evoluzione dei progetti Mattei e Imec in un’Ekumene, cioè mercato integrato del Mediterraneo costiero e profondo, connesso con Atlantico e Pacifico, con appendici locali di forte integrazione transnazionale tipo un progetto Lago Adriatico.
Più proiezioni di sicurezza militare entro coalizioni di volonterosi. Sarebbe anche moltiplicativa la creazione di una Borsa tecnologica residente a Milano specializzata nella quotazione, e fase preparatoria, di start up innovative con accesso facilitato per quelle partecipanti a Ekumene. In sintesi, armonizzare tre leve. (riproduzione riservata)