Nell’epoca di Facebook e Instagram, che per ammissione di Zuckerberg hanno cambiato il concetto di privacy, milioni di utenti hanno iniziato a chiedersi se sia lecito per le autorità tracciare in vario modo la diffusione del Coronavirus utilizzando gli smartphone degli utenti. Un dubbio lecito, anche se dovrebbe essere posto più per l’uso di Facebook & C., controllati da società private e non certo esenti da scandali sull’uso dei dati personali, che per l’uso di piattaforme nate con uno scopo preciso e con criteri ben definiti. Apple e Google, che si sono prestate a collaborare con le autorità sanitarie di tutto il mondo per contribuire a fermare la pandemia rispettando però in modo rigoroso la privacy degli utenti, hanno infatti adottato un approccio privacy by design che contraddistingue tutti i prodotti e servizi Apple: utilizzare meno dati possibili, e in forma preferibilmente anonima.
La piattaforma, che sarà resa disponibile a inizio maggio alle sole autorità sanitarie e agli sviluppatori delle app da loro scelte in ogni Paese, non localizza gli utenti tramite Gps o dati delle celle mobili, non raccoglie o conserva dati personali degli utenti e nemmeno dei dispositivi in loro possesso, lascia piena libertà agli utenti di abilitare o disabilitare, in modo trasparente, le funzioni di rilevamento e scambio di dati, e utilizza algoritmi di cifratura e creazione randomica di chiavi utilizzati in ambienti bancari o governativi per la loro sicurezza. La piattaforma è basata su Api (application program interface, ovvero componenti software che consentono lo scambio di dati e funzioni) e utilizza la tecnologia Bluetooth, basata su onde radio con una portata limitata e che non dialoga con celle di telefonia mobile o altre reti, ma solo con altri dispositivi Bluetooth. Apple e Google sono inoltre in costante contatto con le autorità sanitarie e quelle per la protezione dei dati, e hanno già apportato modifiche alzando ulteriormente i requisiti di sicurezza e gestione della privacy.
Grazie a queste Api, tutti gli smartphone Android e gli iPhone potranno scambiare automaticamente tra loro, a breve distanza, una serie di codici, conservandoli poi in modo protetto. Questi codici sono generati in modo casuale, e per una maggiore sicurezza cambiano per ogni dispositivo ogni 10-20 minuti circa per evitare ogni possibilità di tracciamento da parte di malintenzionati. Ogni dispositivo sarà quindi associato non a uno, ma a un molteplice numero di codici. I dati scambiati tra gli smartphone sono limitati a questi codici, che non contengono nessuna informazione personale e non consentono in alcun modo di risalire al proprietario e nemmeno al solo dispositivo, all’intensità del segnale Bluetooth, che permette così di stimare in modo abbastanza preciso la distanza che è intercorsa tra i proprietari dei dispositivi, alla durata del contatto (limitata in ogni caso a 30 minuti) e alla data del contatto stesso. In questo modo ogni smartphone tiene solo un database dei contatti avvenuti con altri smartphone (ovvero i codici), senza sapere altro e senza condividere questa rete di contatti con un sistema centrale, neanche con le autorità governative e tantomeno con Apple, Google o gli sviluppatori delle app scelte dalle autorità. Le Api sono compatibili con tutti gli iPhone che adottano il sistema operativo iOS 13, che sarà aggiornato in tal senso, e con gli smartphone Android attraverso un aggiornamento dei Google Service, componenti software che non richiedono un update del sistema operativo, ma che escludono gli smartphone presenti in Cina e quelli basati sulla versione Open Source di Android.
Dando il consenso all’uso dell’app, ogni utente autorizza solo a mandare alle autorità i codici casuali del proprio smartphone, ma nessun dato personale o altre informazioni che consentano di identificare lui o il dispositivo, solo in caso di diagnosi di positività a Covid-19, che lui stesso deve inserire nell’app. Ogni persona che scopre di essere positiva al Covid-19 deve infatti inserire questa informazione nell’app, che a questo punto segnalerà al sistema che i propri codici sono associati a una diagnosi positiva. L’app, almeno una volta al giorno, scarica un elenco dei codici (anonimi) associati a diagnosi positive, li confronta con quelli conservati nel dispositivo e, in base a un algoritmo studiato e validato dalle autorità sanitarie basato su un distanza temporale dal contatto e una durata considerata sufficiente, avverte il proprietario che potrebbe essere stato esposto, indicando però solo la data del contatto, senza poter segnalare né luogo né tantomeno con chi è entrato in contatto per un semplice motivo: queste informazioni non esistono, non essendo mai state registrate proprio a salvaguardia della privacy.
Un sistema decisamente più efficace, e infinitamente più rispettoso della privacy, rispetto alle interviste fatte dai medici, con tanto di nomi e cognomi, ai pazienti affetti da Covid e per ricostruire la rete di persone con cui sono state in contatto. (riproduzione riservata)