Il 3 giugno la Commissione europea ha presentato il pacchetto sulla sovranità tecnologica europea. Non è un passaggio minore, né una delle tante iniziative che si aggiungono alla già densa agenda digitale dell’Unione. È, almeno nelle intenzioni, il tentativo di correggere uno squilibrio che negli ultimi anni è diventato sempre più evidente: l’Europa ha prodotto molte regole per governare il digitale, ma non abbastanza infrastruttura per non dipendere da tecnologie, piattaforme, cloud, semiconduttori e modelli sviluppati altrove.
Il pacchetto comprende due proposte legislative, il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, insieme alla strategia europea sull’open source e a una roadmap per digitalizzazione e intelligenza artificiale nel settore energetico. La Commissione lo presenta come un insieme di misure per rafforzare la capacità europea in semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e open source, e quindi per accrescere autonomia digitale, resilienza e sostenibilità del continente.
Il punto politico è chiaro: non esiste sovranità digitale senza infrastruttura. Non basta avere un AI Act, un Digital Services Act, un Digital Markets Act, un Gdpr e una fitta rete di regole sulla cybersicurezza, se poi le tecnologie decisive vengono progettate, addestrate, ospitate, aggiornate e controllate in larga misura fuori dallo spazio europeo. La regolazione, quando non è accompagnata da capacità industriale, rischia di diventare una grammatica alta applicata a un ecosistema che altri hanno costruito. È qui che il pacchetto europeo va letto nella sua portata più interessante: non come semplice politica industriale, ma come tentativo di ricongiungere diritto, tecnologia e potere materiale.
Da questo punto di vista, il tema non è se l’Europa debba essere più o meno severa degli Stati Uniti. Questa è una falsa alternativa. Il vero problema è se l’Europa possa permettersi di seguire pedissequamente il modello americano dell’intelligenza artificiale. La risposta è no, non per antiamericanismo, ma per realismo. Gli Stati Uniti possono coltivare una retorica della deregolazione perché controllano molte delle condizioni materiali che rendono possibile quel modello: hyperscaler, capitale di rischio, semiconduttori avanzati, cloud, data center, modelli fondazionali, grandi piattaforme e capacità geopolitica di incidere sugli standard globali. L’Europa, se importasse quella stessa retorica senza disporre della medesima potenza infrastrutturale, finirebbe per deregolare la propria dipendenza. Assumerebbe i costi del modello americano senza acquisirne i vantaggi.
Il Cloud and AI Development Act è il cuore di questa consapevolezza. La Commissione lo collega all’AI Continent Action Plan e lo presenta come strumento per rafforzare ecosistema, investimenti e infrastrutture europee nel cloud e nell’AI. È un passaggio decisivo perché l’intelligenza artificiale non vive nel vuoto. Vive nel cloud, nei data center, nei chip, nei sistemi di accesso ai dati, nelle piattaforme di deployment e nelle reti energetiche che ne rendono possibile il funzionamento. Continuare a discutere di AI come se fosse soltanto una questione di modelli, applicazioni o compliance significa ignorarne il corpo materiale. L’AI è potenza computazionale organizzata. E chi controlla quella potenza controlla una parte crescente della decisione economica, amministrativa, informativa e sociale.
Il Chips Act 2.0 risponde alla stessa esigenza. La Commissione lo descrive come strumento per rafforzare l’ecosistema europeo dei semiconduttori, la resilienza delle catene di fornitura e la domanda interna. Anche qui la questione è più costituzionale di quanto sembri. I chip non sono soltanto componenti industriali. Sono la condizione di possibilità della trasformazione digitale. Senza semiconduttori non c’è AI, non c’è difesa tecnologica, non c’è sanità digitale, non c’è automotive intelligente, non c’è spazio, non c’è cybersicurezza avanzata. Una democrazia che dipende integralmente da filiere esterne per le sue infrastrutture cognitive e operative non perde soltanto competitività. Perde margini di autodeterminazione.
È qui che emerge il nodo più profondo: la via europea deve essere coerente con le sue radici. E le radici europee non sono la paura dell’innovazione. Sono l’idea che il potere, quando diventa infrastrutturale, debba essere limitato, reso trasparente e sottoposto a responsabilità. La protezione dei dati, la concorrenza, il pluralismo, la tutela dei diritti fondamentali, la sostenibilità e il controllo democratico non sono ornamenti normativi. Sono la grammatica costituzionale con cui l’Europa ha storicamente cercato di impedire che il mercato, la tecnica o lo Stato si trasformassero in poteri senza contropoteri.
Per questo sarebbe sbagliato dire che il modello europeo è semplicemente regolatorio, mentre quello americano sarebbe innovativo. La realtà è più complessa. Il modello americano dell’AI non è un mercato puro. È un intreccio potentissimo tra capitale privato, procurement pubblico, sicurezza nazionale, infrastrutture cloud, controllo dei chip, export control e leadership geopolitica. L’Europa non deve quindi copiare la superficie del modello americano, cioè la retorica della rapidità e della deregolazione, ignorandone la profondità materiale e strategica. Se lo facesse, accetterebbe una posizione subalterna: meno regole europee, ma sempre tecnologie non europee; meno garanzie, ma non più autonomia; meno vincoli, ma non più potere industriale.
Il rischio è precisamente questo: trasformare la semplificazione in rinuncia. Naturalmente l’Europa deve rendere le proprie regole più leggibili, più coordinate, più prevedibili. Deve evitare sovrapposizioni inutili, duplicazioni burocratiche, incertezze applicative che scoraggiano imprese e pubbliche amministrazioni. Ma semplificare non significa svuotare. La semplificazione è utile se rende più efficace la tutela dei diritti e più praticabile l’innovazione. Diventa pericolosa se si traduce in una rincorsa mimetica al modello americano, dimenticando che l’Europa non ha la stessa struttura industriale, lo stesso mercato dei capitali, la stessa potenza cloud e la stessa leva geopolitica.
Il pacchetto della Commissione va quindi letto come un possibile cambio di paradigma: dall’Europa che regola mercati digitali costruiti altrove all’Europa che prova a costruire le condizioni tecnologiche della propria autonomia. È una svolta necessaria, ma non ancora sufficiente. Perché la sovranità digitale non nasce da una comunicazione della Commissione. Nasce dalla capacità di trasformare le parole in investimenti, procurement pubblico, domanda industriale, competenze, alleanze europee e applicazioni concrete nei settori strategici: energia, sanità, finanza, pubblica amministrazione, difesa, informazione.
La domanda di fondo, dunque, non è se l’Europa debba scegliere tra mercato e diritti. La domanda è se riesca a costruire un mercato digitale in cui i diritti non siano un costo esterno, ma parte della qualità dell’innovazione. Questa è la vera differenza rispetto alla copia del modello americano. L’Europa non deve innovare malgrado i diritti, ma attraverso i diritti. Non deve opporre competitività e sostenibilità, ma comprendere che una tecnologia energivora, opaca e concentrata non è necessariamente più innovativa: può essere semplicemente più potente, e proprio per questo più rischiosa.
La via europea, se presa sul serio, non è dunque una via minore. È una via più difficile. Richiede di tenere insieme ciò che spesso viene separato: industria e costituzione, cloud e libertà, chip e democrazia, AI e sostenibilità, concorrenza e autonomia strategica. Ma è anche l’unica via credibile. Perché copiare l’America senza essere l’America non produce una Silicon Valley europea. Produce dipendenza più veloce, meno visibile e forse più difficile da correggere.
Il pacchetto sulla sovranità tecnologica ci ricorda esattamente questo. La sfida non è diventare meno europei per innovare di più. È diventare più capaci tecnologicamente restando coerenti con ciò che rende l’Europa riconoscibile: la centralità della persona, la limitazione del potere, il pluralismo, la responsabilità, la sostenibilità e la fiducia come infrastruttura della democrazia digitale. La sovranità tecnologica europea non deve essere nostalgia di controllo. Deve essere la condizione perché l’innovazione non coincida con la subalternità.
In definitiva, deregolare senza sovranità non significa liberare l’innovazione. Significa liberare la dipendenza. E l’Europa, dopo anni in cui ha spesso regolato il digitale più di quanto lo abbia costruito, deve evitare l’errore opposto: costruire finalmente capacità tecnologica rinunciando alla propria grammatica costituzionale. La via europea non deve essere una copia ritardata del modello americano. Deve essere una traiettoria autonoma: aperta, competitiva, industrialmente ambiziosa, ma fedele alle proprie radici. (riproduzione riservata)
*Professore ordinario di diritto costituzionale e regolamentazione dell’intelligenza artificiale, Bocconi. Founder, Pollicino Aidvisor