Da quando si è chiusa nel suo buen retiro in Valle d’Itria, Giorgia Meloni ha ridotto all’osso l’attività social: appena cinque i post pubblicati, di cui uno in difesa non della sorella Arianna, vittima di un presunto fumus persecutionis da parte di procure non meglio definite, ma di Massimo Boldi, reo di averle inviato gli auguri per Ferragosto.
Nell’ultimo in ordine di comparsa, la premier si è complimentata con Jannik Sinner per la vittoria agli Atp Cincinnati, a riprova della crescente attenzione della politica verso lo sport (oltre che i trend topic). Attenzione che sempre più spesso tende a sconfinare nel contrasto: si guardi ai recenti duelli ingaggiati dal ministro dello sport Andrea Abodi prima col presidente della Figc, Gabriele Gravina, e poi con quello del Coni, Giovanni Malagò.
Rinviata a gennaio la sfida per i nuovi vertici di Federcalcio, oggetto di un duro scontro tra Gravina e le leghe professionistiche (cui il governo ha alzato l’assist con l’emendamento Mulé), nel mirino dell’esecutivo è finito proprio Malagò, incautamente convinto di aver messo in cassaforte il quarto mandato alla guida del Coni grazie alle 40 medaglie conquistate all’Olimpiade parigina.
Osteggiato dalla maggioranza di centrodestra (un muro contro muro inaugurato nel 2018, quando l’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Giancarlo Giorgetti aveva svuotato fondi e competenze del Coni per affidarli alla neonata Sport e Salute), Malagò resta fiducioso di poter strappare una deroga al limite dei tre mandati.
Del resto, appena un anno fa Forza Italia era riuscita a far saltare con un emendamento al decreto Pa un tetto simile, fissato dalla legge Lotti per i presidenti federali: possibile che il governo usi due pesi e due misure? Forse sì, se si considera che l’emendamento in questione era stato battezzato «salva-Barelli» dal nome del capogruppo forzista a Montecitorio, presidente di Federnuoto dal 2000. Certamente sì, tenendo conto che, a differenza delle federazioni, il Coni è un ente pubblico regolato da vincoli più rigidi.
In attesa del 30 maggio 2025, termine del suo mandato, intervistato dal Corriere dello Sport Malagò si dice forte del supporto del «90% degli organismi sportivi» e di 46 presidenti su 48. Chi sono i due «infedeli»? Uno è proprio Paolo Barelli, che il 7 settembre otterrà una facile riconferma dopo l’esclusione per vizi di forma della candidatura antagonista di Fabio Rampelli, cofondatore di FdI e vicepresidente della Camera. L’altro è Angelo Binaghi, dal 2001 dominus di Federtennis, che tra due settimane porterà in dote all’assemblea di Salerno i cinque trofei di Sinner, l’oro olimpico del duo Errani-Paolini e il bronzo di Lorenzo Musetti per suggellare l’ennesima incoronazione a guida della Fitp.
Tra gli «amici» impegnati nella corsa per la rielezione a settembre, Malagò potrà contare invece sui buoni uffici di Franco Chimenti, a capo di Federgolf dal 2002, Stefano Mei, in cerca del bis alla guida dell’atletica leggera (Fidal), e del deputato azzurro Maurizio Casasco, saldo al timone della Federazione medico sportiva (Fmsi). Perché non crederci, allora? E poi, come si fa a cambiare vertici a nove mesi da Milano-Cortina 2026, figlia non certo «dello Spirito Santo» (sic) ma del lobbying da lui stesso condotto in ogni sede?
Nel migliore dei casi, dunque, servirà una proroga. Nel peggiore, il futuro potrebbe riservare la presidenza del Cio, della Lega Serie A, o addirittura di Figc al posto dell’amico Gravina se quest’ultimo dovesse essere deposto dai sanculotti guidati dal patron della Lazio, Claudio Lotito, senatore Fi come quello del Monza, Adriano Galliani, che di Gravina (e Malagò) è invece grande estimatore.
A prendere la guida del Coni potrebbe così essere l’attuale vice, Silvia Salis, o il governatore veneto uscente Luca Zaia, jolly in queste settimane di tutta una serie di partite, da quella del commissario Ue italiano a quella del sindaco di Venezia. Parafrasando la massima di de Coubertin, verrebbe da dire: l’importante è partecipare a qualcosa. (riproduzione riservata)