Diciannove milioni di cui sei di costi operativi e 13 di premi e borse di studio. Mentre a Parigi vanno in scena le Paralimpiadi, MF-Milano Finanza traccia un bilancio delle Olimpiadi chiuse dall’Italia con il bis del record di 40 medaglie strappato a Tokyo 2020. Lo fa in un colloquio con Carlo Mornati, prima vice (2013-2018) e ora segretario generale del Coni, nonché capo-missione delle Olimpiadi da Sochi 2014: ex canottiere, argento a Sidney, Mornati è uno dei rari segretari generali di organizzazioni olimpiche con alle spalle una carriera sportiva.
A colpire, numeri alla mano, è la correlazione inversa tra il calo dei contributi pubblici registrato negli ultimi 30 anni e il boom di medaglie conquistate: da Atlanta ’96 a Tokyo ’20 si è passati da 3,1 miliardi e 35 medaglie a 1,8 miliardi e 40 medaglie. Dinamica che si accompagna a quella, speculare, del rapporto tra inverno demografico e medagliere olimpico. «Dal ’96 – spiega Mornati – sono venuti meno cinque milioni di giovani tra 18 e 30 anni: non potendo contare su grossi numeri, dobbiamo ottimizzare. I nostri risultati sono artigianato di qualità, sono figli di un modello confederale molto efficace».
Un modello che trae forma e sostanza dai tre Centri di preparazione olimpica sorti tra 1955 (Formia), 1960 (Roma) e 1970 (Tirrenia) beneficiari, tra 2013 e 2023, di 24,2 milioni di investimenti, più altri tre milioni nel primo semestre ‘24. «I Cpo sono la punta della piramide del nostro sistema di eccellenza – sottolinea – in quelle strutture, su cui insistono almeno 27 federazioni, ruotano ogni anno 100 mila presenze: il 70% delle medaglie viene da lì».
Ad arricchire l’impianto romano l’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport, in grado di fornire agli atleti un supporto immediato: «Se ci si infortuna durante la preparazione, ci si riabilita in sede». «Nel 2023 – continua – l’istituto ha effettuato quasi 96 mila prestazioni, di cui 53 mila a probabili atleti olimpionici: cifra che nel 2024 dovrebbe raddoppiare con 200 mila prestazioni e un fatturato di 10,5 milioni a beneficio della mutualità dello sport».
Un patrimonio immobiliare, questo, affidato al Coni dalla riforma che nel 2018, in concomitanza con la creazione di Sport e Salute, ha determinato una redistribuzione di beni e risorse nello sport italiano. Passaggio importante che, a sei anni di distanza, impone però un ripensamento: «Il nostro bilancio è di 45 milioni. Per mantenere gli immobili ne spendiamo 10, altri due milioni vanno al contenimento della spesa degli enti pubblici, quale il Coni è tornato ad essere.
Senza i fondi che, con una capacità più unica che rara, riusciamo a reperire sul mercato (circa 50-55 milioni) il nostro lavoro diventerebbe difficilissimo». Il Coni, sottolinea Mornati, «è un ente pubblico sui generis: l’attività istituzionale è coperta dallo Stato solo per il 32%. Per riuscire a operare in maniera ottimale, è necessario innalzare il minimo garantito».
L’azione dello Stato non può peraltro limitarsi a questo. Perché l’Italia possa pensare di colmare il gap con Paesi più popolosi e affermati negli sport di squadra, servono politiche che incentivino lo sport nelle scuole: «Se un tempo potevamo fare affidamento su associazioni sportive e oratori, oggi bisogna praticare lo sport a scuola: l’educazione motoria non è sport, servono discipline vere».
Mornati guarda all’area balcanica, che forma campioni in tutti gli sport di squadra: è lì che l’Italia, eccellente nelle discipline individuali grazie a un lavoro certosino, dovrebbe cercare spunti. La questione non è, perciò, solo demografica: «Serve un approccio orizzontale che porti avanti tutte le discipline, dal calcio all’arrampicata: a Parigi, l’Italia è stata tra i Paesi che hanno qualificato più atleti: 404 ragazzi in 38 discipline su 48. E molte medaglie sono arrivate dagli sport nuovi».
Intanto, archiviata Parigi, per l’Italia è già tempo di prepararsi a Milano-Cortina ‘26 (la cui pista da bob «potrebbe costituire un impianto d’eccellenza per la preparazione dei nostri atleti nelle discipline invernali») e Los Angeles ‘28. Chissà se, a quella data, il presidente Coni sarà ancora Giovanni Malagò, in cerca di riconferma. «L’aspirazione di ottenere una revisione del limite dei tre mandati è legittima – chiosa Mornati – soprattutto dopo la modifica in tal senso intervenuta a favore dei presidenti di federazione». (riproduzione riservata)