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Come vincere la volatilità sui mercati? Ecco tre portafogli per sconfiggere la minaccia Trump

14 marzo 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 17 marzo 2025, 10:38

Il presidente americano alza di continuo l’asticella della guerra dei dazi e il mercato ora teme la recessione: il Nasdaq è in correzione, l’indice Vix si è impennato. Ecco gli strumenti preferiti dai gestori per sfidare il caos

Il passaggio dalla teoria alla pratica non è mai scontato, così come non è scontato che le promesse che infiammano gli elettori durante una campagna elettorale li entusiasmino allo stesso modo quando poi vengono convertite in leggi e decreti. Lo sanno bene gli americani che hanno scelto Donald Trump lo scorso 5 novembre e che ora, a quasi due mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, fanno i conti ogni giorno con la guerra commerciale che il tycoon sta scatenando a livello globale: dazi alla Cina (il nemico dichiarato), balzelli al Canada («farò chiudere la loro industria automobilistica», ha detto senza mezzi termini il presidente), caricamenti del 200% su vini e bollicine europei.

Decisioni che hanno innescato analoghe contromosse dei bersagli di Trump, e che (almeno allo stato attuale) non hanno un chiaro vincitore, anche se stanno potenzialmente mettendo a repentaglio la tenuta dell’intera economia globale.

Sos recessione

Lo spauracchio, negli Stati Uniti e non solo, è che dazi fuori controllo possano innescare nuovamente fiammate inflattive, rendendo tutti un po’ più poveri malgrado le promesse nella direzione opposta. Scenari recessivi su cui lo stesso Trump, intervistato dall’emittente amica Fox News, ha di fatto glissato, offrendo ai mercati finanziari la peggior risposta possibile: «Odio fare predizioni. Questo è un periodo di transizione».

Una risposta a metà, anzi una non risposta, che il mercato ha punito nel più severo dei modi: il Nasdaq ha perso in una sola seduta (quella di lunedì 10 marzo) il 4%, l’S&P 500 ha lasciato per strada in poche ore il 2,7%. D’altronde, il canovaccio delle ultime settimane in borsa è sempre lo stesso: non appena i listini cercano un appiglio per risollevare la testa, arriva un nuovo capitolo della guerra commerciale di Trump a farli cadere di nuovo. Questo vale soprattutto per le borse americane che però, va ricordato, rappresentano oltre i due terzi dell’indice delle azioni globali Msci World: peraltro anche le borse europee e asiatiche, che stanno trovando una loro via per emanciparsi dall’uragano Trump (si pensi al maxi-piano fiscale tedesco o al progetto ReArm Europe per la difesa), spesso e volentieri subiscono, come nel gioco del domino, l’effetto nefasto delle politiche del presidente Usa.

Il regno della volatilità

Eppure le cose non sono sempre andate così. Il mercato azionario americano aveva accolto con favore l’affermazione repubblicana. La tabella in basso mostra l’andamento dei principali indici mondiali tra l’elezione di Trump e il suo insediamento (20 gennaio) e tra il suo insediamento e oggi. Lo schema è abbastanza evidente: tra novembre e gennaio il Nasdaq (+8%) e l’S&P 500 (+5,9%) si sono classificati al secondo e terzo posto per performance, preceduti solo dal Dax di Francoforte (+9,6%). Mentre tra gennaio e oggi, quindi da quando Trump ha iniziato a mettere a terra le sue politiche sui dazi, S&P 500 e Nasdaq sono ultimo e penultimo per rendimento: rispettivamente -7,4% e -10,1%.

Una contrazione del 10% o superiore, va ricordato, indica tecnicamente l’ingresso dell’indice dei titoli tecnologici a stelle e strisce in una fase di correzione. Regina indiscussa degli ultimi due mesi è stata invece la volatilità, unità di misura della paura sui mercati espressa dall’indice Vix, che dall’approdo di Trump nello Studio Ovale a oggi è salita del 53%, arrivando anche sopra i 26 punti (era a quota 16 a inizio 2025).

Tre idee anti-caos

La domanda ora sorge spontanea: che fare con il proprio portafoglio? Secondo gestori e analisti di mercato ora non è il momento di uscire dai propri investimenti. Chi lo ha fatto ci aveva pensato già prima: Warren Buffett, il più grande investitore di tutti i tempi, ha svelato al mercato di avere nel portafoglio della sua holding Berkshire Hathaway più liquidità che denaro investito. Ma questa mossa risale a novembre scorso, ancora prima che ci fossero le elezioni che hanno portato Trump alla Casa Bianca. Da quel momento in poi Buffett è rimasto liquidissimo: oggi ha oltre 300 miliardi di dollari cash (o meglio, di Treasury a cortissima scadenza), pronti da impiegare quando l’Oracolo di Omaha fiuterà che le acque sono tornate navigabili, ossia che i mercati si sono tranquillizzati.

Per chi non avesse avuto la lungimiranza di Buffett, fuggire a gambe levate oggi può essere un problema, anche perché vendere con il mercato in correzione può comportare perdite significative. MF-Milano Finanza ha consultato tre professionisti di gestione del risparmio e consulenza, chiedendo loro di elaborare dei portafogli anti-volatilità per rimanere totalmente investiti pur senza esporsi a particolari rischi di mercato.

Il faro dei bond Ue

Al centro delle proposte di tutti gli esperti c’è una parte consistente di titoli di Stato dell’Eurozona. Giorgio Vintani, analista e consulente finanziario indipendente, ritiene che «oltre a un’allocazione più generica sui titoli governativi dell’Eurozona tramite Etf, una larga parte del portafoglio possa essere dedicata a titoli di Stato europei a brevissima scadenza, tra uno e tre anni, in quanto la parte lunga della curva in Europa è stata massacrata dalla decisione europea di riarmarsi». In totale questa fetta di bond europei dovrebbe rappresentare, per Vintani, il 60% del portafoglio, di cui il 50% allocato su scadenze brevi.

Per Marco Midulla, head of mutual funds di Symphonia sgr, i bond dovrebbero rappresentare oggi l’80% di un portafoglio anti-volatilità. Di questi, la metà dovrebbe andare «in titoli governativi periferici come quelli di Italia, Spagna e Grecia, con valuta in euro e duration inferiore ai tre anni». Mentre il resto dell’allocazione obbligazionaria dovrebbe essere rivolto «al credito high yield (ad alto rendimento ma più elevato rischio di default, ndr), sempre in euro».

Il 35% del portafoglio secondo Giovanni Brambilla, responsabile investimenti di AcomeA sgr, dovrebbe essere rivolto ai bond governativi dei Paesi sviluppati, con un’avvertenza: «Riteniamo rischioso allungare la duration a causa di mercati molto attenti alla disciplina fiscale degli emittenti: limitiamo quindi la duration massima a cinque anni». Al contempo il money manager cerca, nel reddito fisso, un «rendimento soddisfacente attraverso obbligazioni convertibili globali ed emissioni dei Paesi emergenti in valuta locale», che potrebbero beneficiare di «un eventuale indebolimento del dollaro Usa». Per entrambe queste categorie di obbligazioni Brambilla suggerisce un’allocazione del 5%.

Uno sguardo all’Asia

Sul versante azionario Brambilla ritiene che «le sorprese del 2025 potrebbero arrivare dalla pace tra Russia e Ucraina, che favorirebbe l’Europa e in particolare i settori energivori e quelli legati alla ricostruzione del Paese», tanto che può essere oggi opportuna, secondo il responsabile investimenti, «una presenza sul settore delle costruzioni e delle infrastrutture, attraverso uno o più Etf settoriali», con un peso del 5%. In un portafoglio anti-volatilità, l’esperto resta sottopesato negli Stati Uniti (20%), «ma non fuori dal mercato principale del mondo», e valuta un leggero sovrappeso della Cina (5%), «a cui diamo fiducia lato ripresa consumi interni e stimolo finanziario favorito dalle politiche governative», e del Giappone (5%) «con focus su aziende che spingono al miglioramento della governance e della redditività e attenzione da parte dei fondi attivisti». All’azionario europeo è destinato il 20% del portafoglio, al pari della componente di borse Usa.

Due rifugi per proteggersi

In ottica difensiva Vintani invita a guardare due beni rifugio: l’oro (che proprio venerdì 14 marzo ha sfondato per la prima volta nella storia il tetto dei 3.000 dollari) e il franco svizzero. «Interessante notare come i dazi abbiano portato a un indebolimento del dollaro», segnala il consulente. Per proteggersi dalla volatilità, quindi, l’esperto ritiene utile «un’esposizione a un Etf che segua i movimenti dell’oro (15% del portafoglio, ndr)», oltre a dedicare una fetta del portafoglio (un altro 15%) «a un Etf che segua il mercato azionario svizzero ed espresso in franchi, divisa di riserva per eccellenza». Il portafoglio, conclude Vintani, «si può completare con un 10% di un Etf che segue le azioni mondiali ma a bassa volatilità, quindi con maggiore protezione se le cose dovessero andare male». Importante notare che, secondo il consulente, questo portafoglio non contempla l’ipotesi di una recessione negli Usa: «Se quest’ultima dovesse manifestarsi allora sarebbe necessario prendere misure più drastiche, come per esempio scommettere sul ribasso degli indici di borsa: ma per il momento resto ancora costruttivo».

Occasione Europa

Se l’80% del portafoglio anti-volatilità di Midulla è destinato ai bond, per il 20% azionario la sua prima scelta (10%) è l’Europa. «Dopo l’annuncio della Germania di incrementare il deficit per spendere 500 miliardi in 10 anni su infrastrutture, housing ed energia, l’Europa torna a essere un’area geografica in cui le stime di crescita possono essere riviste al rialzo, soprattutto dal 2026». Nel continente Midulla opta soprattutto per il settore industriale e quello finanziario. Chiudono il portafoglio «un 5% di America, soprattutto infrastrutture e tecnologia», e un 5% di Cina «con l’indice Hang Seng». Non a caso il listino di Hong Kong è il migliore dall’insediamento di Trump a oggi, con una crescita superiore al 18%. (riproduzione riservata)



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