Il 2025 non è stato un anno positivo per la borsa dell’Arabia Saudita. Il principale indice, il Tadawul, ha lasciato sul terreno il 13% (facendo il calcolo in dollari) ed è scivolato sui minimi degli ultimi due anni. Un risultato che ha fatto finire la piazza saudita tra le peggiori del mondo per performance insieme a India (-8,7%), Filippine (-12%) e Turchia (-14%) calcolando l’investimento in euro. Certo, sull’andamento hanno inciso la debolezza del petrolio e i noti limiti alla proprietà straniera, che non può superare il 49% del capitale.
Ma ora che l’autorità per il mercato (la Consob saudita) dal primo febbraio permetterà a tutti gli investitori internazionali di operare, e non solo a quelli professionali, potrebbero aprirsi delle opportunità. Le società quotate sul Tasi, il listino principale, valgono circa 2.000 miliardi di dollari e rappresentano il 3% dell’indice Msci Emerging Markets.
Ci sono i giganti dell’energia, come Saudi Aramco che capitalizza 2.100 miliardi di dollari, o Ma’aden, la principale società mineraria del Paese. Oppure l’operatore delle telecomunicazioni Stc, che dal 2023 è il primo azionista della spagnola Telefónica con il 9,9%. E le grandi banche come Al Rajhi Bank, con la seconda più alta capitalizzazione del mercato, e la Saudi National Bank.
«Riteniamo che la nuova regolamentazione favorirà la liquidità e l’ampliamento della base degli investitori e consideriamo questa modifica normativa un prerequisito per una possibile futura revisione dei limiti alla partecipazione estera», spiega Marwan Haddad, responsabile delle azioni Mena e managing director di Azimut con base proprio in Arabia Saudita, dove il gruppo ha ottenuto nel 2025 l’autorizzazione per avviare operazioni di gestione del risparmio onshore.
Secondo l’esperto ci sono tre temi strutturali da tenere presenti: la domanda interna e la crescita non legata al petrolio; le infrastrutture digitali e la connettività per l’AI; il settore finanziario con particolare attenzione alle banche con solidi buffer patrimoniali. Analisi condivisa da Gabriel Debach, market analyst eToro. «Dal punto di vista delle opportunità il mercato saudita offre una combinazione rara tra rendimenti, solidità e trasformazione economica», afferma.
Il precedente è sotto gli occhi di tutti. «Dubai e Abu Dhabi hanno seguito lo stesso percorso e i numeri parlano chiaro. L’Arabia Saudita punta allo stesso risultato, ma su scala più ampia. L’obiettivo non è solo attrarre flussi, è creare domanda strutturale in vista delle grandi ipo legate allo Stato».
Ma su cosa investire? «Saudi Aramco resta il pilastro difensivo. Il vero focus però si sposta sui settori che incarnano la diversificazione del regno. Il mining è uno di questi. Ma’aden è tra i migliori performer del mercato. Poi c’è il tema energetico nella sua evoluzione, con utility come Acwa Power. Mentre il comparto bancario è profittevole e pronto a beneficiare dell’arrivo di nuovi investitori stranieri».
Quindi vale la pena investire direttamente sul listino? «Considerando la natura inefficiente dei mercati emergenti riteniamo che l’approccio più efficace sia quello tramite fondi a gestione attiva», suggerisce Haddad. Ma con un distinguo. La transizione può «generare volatilità nel breve termine», premette Karine Kheirallah, head of investment strategy Mea di State Street. Ciononostante, assicura, «la direzione complessiva indica un mercato più competitivo a livello globale e più accessibile, in linea con le ambizioni di Vision 2030». (riproduzione riservata)