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Come investire seguendo Warren Buffett? Ecco i sei stili di investimento dei grandi del passato che dovresti conoscere

09 maggio 2025, 20:00 Ultimo aggiornamento: 12 maggio 2025, 10:28

Con l’addio di Warren Buffett si ritira dai mercati l’ultimo dei supergestori. Ma gli insegnamenti di questo club di visionari restano alla portata di tutti. Dal value al growth, dal momentum al contrarian: guida per applicare i loro stili d’investimento 

Il ritiro di Warren Buffett dalla guida della sua holding Berkshire Hathaway, per quanto atteso vista l’età raggiunta dall’Oracolo di Omaha (quasi 95 anni), ha spiazzato un po’ tutti. E non solo per la ricchissima eredità che il guru del Nebraska lascia al suo successore Greg Abel: quasi 350 miliardi di dollari liquidi e pronti da investire.

Il frutto di una serie di disinvestimenti in atto già dallo scorso anno, quando nella fase di piena euforia per la tecnologia e l’intelligenza artificiale Buffett aveva invece deciso di ridurre la sua prima partecipazione, quella in Apple.

L’ultima grande mossa

Mossa azzardata? All’epoca non pochi cronisti avevano ipotizzato che l’Oracolo avesse perso il tocco magico. Ma la prova dei fatti, con il crollo dei mercati successivo ai dazi di Donald Trump, ha dato ragione ancora una volta all’istinto del più grande investitore della storia, rimasto alla finestra in attesa delle occasioni che, probabilmente, arriveranno nel prossimo futuro.

Il motivo che ha lasciato tutti di sasso è però un altro: il ritiro di Buffett segna un po’ uno spartiacque tra la storia degli investimenti del secolo scorso e il presente. L’Oracolo di Omaha, in un certo senso, era l’ultimo dei guru del Novecento ancora in attività.

Il club dei visionari

Un club di supergestori visionari che include pezzi da 90 come Ray Dalio, George Soros, Charlie Munger (lo storico socio di Buffett venuto a mancare due anni fa) e altri i cui nomi compariranno in seguito in questo articolo: campioni degli investimenti che non solo hanno fatto guadagnare ai loro investitori montagne di denaro, ma che hanno anche creato veri e propri stili di investimento. Approcci diversi tra loro, a volte anche contrari, che possono tuttavia essere applicati da qualsiasi investitore individuale, seppur con il giusto livello di disciplina. Ecco i sei stili di investimento principali e gli strumenti finanziari per metterli in pratica.

STILE VALUE

Lo stile di investimento che ha reso Buffett uno dei gestori attivi più vincenti di sempre in realtà ha un altro padre fondatore: Benjamin Graham, autore nel 1949 del bestseller L’investitore intelligente, ancora oggi uno dei più letti manuali di finanza personale al mondo. L’idea di Graham era semplice: sul mercato azionario ci sono tante aziende di qualità che non hanno sprigionato ancora il loro valore e quindi si possono comprare a sconto. Trovarle però è un lavoro che richiede metodo e disciplina: studiando i conti delle quotate bisogna individuare quelle con fondamentali solidi, basso indebitamento, elevati margini di profitti e flussi di cassa robusti.

Ultimo punto ma non meno importante: queste aziende devono essere sottovalutate. Ecco perché la metrica chiave di un approccio value, anche per chi non avesse i mezzi e le competenze per studiare i bilanci uno a uno, è in genere indicata come il rapporto tra prezzo e utili per azione (p/e). Più questo indicatore è basso, più è possibile che quell’azienda sia sottovalutata in base al suo valore intrinseco: un valore, va da sé, che ha tutto il potenziale per essere sprigionato nel tempo.

Buffett ha preso il modello di Graham e ha aggiunto un ulteriore pizzico di disciplina nella selezione delle aziende. Ad esempio, secondo l’Oracolo di Omaha una società deve essere ben gestita da persone oneste e deve avere un vantaggio competitivo (ad esempio un brevetto o un prodotto unico) che possa permetterle di sbaragliare la concorrenza nel suo settore di riferimento.

Lo stile value è universalmente considerato come il miglior approccio di lungo periodo (da cassettisti), specie in fase di mercati volatili, se non proprio di mercati Orso. I titoli value di solito pagano dividendi importanti, sono supportati da solidi fondamentali e godono di rapporti rischio-rendimento robusti. Tutte caratteristiche ideali per esercitare senza paura un’altra virtù: la pazienza. Attenzione, di contro, a non mettere solo titoli value in portafoglio: verrebbe infatti meno la diversificazione, senza peraltro alcuna garanzia che il valore intrinseco dei titoli si sprigioni davvero.

STILE GROWTH

L’approccio opposto a quello value è quello growth. Sebbene a renderlo noto al grande pubblico sia stata negli ultimi anni Cathie Wood con gli Etf attivi della sua Ark, le sue origini sono lontane nel tempo. Il padre dello stile growth è Thomas Rowe Price, fondatore nel 1937 dell’omonima società di gestione attiva ancora oggi. Al pari dell’approccio value, un investitore growth studia i fondamentali delle aziende ma per cercare un altro elemento: la potenzialità che ricavi e utili crescano a un tasso superiore rispetto al mercato.

A volte considerato erroneamente come un approccio vicino al trading, lo stile growth è in realtà una forma di investimento di lungo periodo in cui gli investitori sono disposti a pagare le azioni a premio (quindi a valutazioni elevate) per beneficiare del rapido incremento di vendite, quote di mercato e quindi utili delle aziende. Rowe Price fu addirittura un rivoluzionario quando, negli anni ‘30, fu tra i primi a suggerire un approccio basato sulla ricerca al posto di quello, in voga fino a quel momento, fondato sulla pura speculazione.

Il growth investing è stato anche lo stile più celebre dal 2010 in avanti grazie alla rapida e impetuosa ascesa in borsa delle società tecnologiche e dei social network. Inoltre un approccio growth tende a rivelarsi vincente quando i tassi di interesse sono bassi e il mercato è in una fase di rialzo.

Per un investitore individuale avere un approccio growth è molto più semplice che seguire la disciplina richiesta dal value: le aziende sono in genere più note e sulla cresta dell’onda, la loro crescita è tangibile e continua. Insomma, da un punto di vista psicologico ci sono meno incognite di breve periodo. Tuttavia alcune avvertenze sono d’obbligo: le aziende growth sono storicamente molto più care, tendono a non pagare dividendi e sono soggette a una maggiore volatilità. Nel lungo periodo inoltre hanno in media performance peggiori rispetto alle loro controparti value.

STILE INCOME

Sebbene non abbia un vero e proprio guru di riferimento, l’income investing si considera generalmente come una derivazione dell’approccio value di Graham e Buffett. La differenza sostanziale non è tanto nel tipo di investimenti quanto negli obiettivi: chi investe con un approccio income vuole che i suoi investimenti generino un reddito continuo piuttosto che una crescita a lungo termine del capitale.

Chi opta per lo stile income, in genere con un orizzonte di medio-lungo periodo, dovrà guardare essenzialmente a due metriche: il rendimento da dividendo dei titoli azionari (o dei fondi-Etf) e le cedole delle obbligazioni. L’obiettivo di un approccio simile è far sì che ogni tot tempo, ad esempio ogni tre mesi o sei mesi, nel proprio conto corrente entrino gli interessi degli strumenti finanziari, da usare poi come normale liquidità per le spese correnti.

Per attuare una strategia income ci sono sostanzialmente tre strumenti: titoli azionari ad alto dividendo, bond ed Etf a distribuzione. Quelli cioè in cui le cedole azionarie o obbligazionarie non vengono reinvestite nel fondo (in quel caso si parla di Etf ad accumulazione) ma vengono distribuiti agli investitori sotto forma di flusso di cassa.

Molto apprezzato come fonte di liquidità aggiuntiva agli stipendi, l’income investing ha d’altro canto tre punti deboli. Primo, nelle fasi di tassi bassi tende a offrire flussi cedolari inadeguati all’obiettivo. Secondo, in periodi di mercato turbolenti (ad esempio con una recessione in corso) è esposto al rischio che gli emittenti taglino o azzerino le cedole. Terzo, per essere efficace richiede un impiego di capitale iniziale minimo un po’ più corposo: un investimento da 1.000 euro in un’azione con dividend yield al 5%, ad esempio, darebbe ogni anno appena 50 euro. Non certo un’integrazione sostanziale al proprio salario.

STILE INDICIZZATO

L’approccio di investimento più semplice in assoluto, e anche il più flessibile nelle varie condizioni di mercato, è quello indicizzato. In altre parole, gli Etf passivi. La base teorica di questo stile di investimento si fa comunemente risalire al libro A spasso per Wall Street dell’economista Burton Malkiel, datato 1973. Per la messa in pratica sarebbero invece dovuti passare altri due anni, quando il leggendario investitore John Bogle fondò una società di gestione con l’obiettivo dichiarato di rendere gli investimenti accessibili a chiunque in termini sia di costo che di semplicità. La società era Vanguard, oggi la seconda al mondo dopo BlackRock per masse gestite e leader riconosciuto negli investimenti passivi.

L’approccio indicizzato si basa su un presupposto molto semplice ma che quando venne enunciato per la prima volta risultò rivoluzionario: i mercati sono tendenzialmente efficienti e per un gestore attivo, per quanto capace, batterli sistematicamente è impresa quasi impossibile. Anche perché la performance di un fondo attivo è zavorrata da una serie di costi (come quelli di analisi e selezione dei titoli) che un Etf passivo, cioè un copia-incolla di un indice di mercato, non deve sostenere.

L’indubbio vantaggio dell’investimento indicizzato è dato dai costi ridotti e dalla semplicità di uso per una classica strategia buy-and-hold (comprare e tenere in portafoglio senza vendere), anche con un approccio fai-da-te. Inoltre gli Etf, se replicano indici ampi e ben diversificati, aiutano a mitigare il rischio delle singole scommesse su titoli, settori o singole geografie. Di contro, con un approccio indicizzato si rinuncia di default alla possibilità di battere il mercato: se si verifica una fase di ribassi prolungata chi ha solo in Etf in portafoglio fa più fatica a correggere il tiro e quindi è più esposto a turbolenze e volatilità di breve periodo.

STILE MOMENTUM

Comprare chi sale per poi vendere a un prezzo ancora più alto. Lo stile momentum è considerato come un approccio adrenalinico e in grado di dare soddisfazioni già nell’immediato: quasi un punto di intersezione tra un investimento di medio-breve periodo e il più spregiudicato trading.

Il padre spirituale del momentum non è un investitore di professione bensì un giornalista: Charles Dow, co-fondatore della Dow Jones e del Wall Street Journal, che già all’inizio del Novecento formulò una teoria secondo cui il mercato si muove seguendo delle tendenze. Se si è in grado di cogliere queste tendenze, magari anche in forma grafica (qui l’embrione dell’analisi tecnica), si può entrare nei titoli al momento giusto e partecipare ai loro rialzi. Lo stile momentum esplose definitivamente solo negli anni ‘80, quando Richard Driehaus, fondatore dell’omonima casa di gestione, coniò il motto buy high, sell higher: compra a un prezzo alto, vendi a un prezzo ancora più alto. Ancora oggi il mantra dello stile momentum.

A differenza di un approccio growth, che cerca di individuare opportunità di crescita di utili e ricavi nel medio-lungo termine, il momentum vuole captare il trend qui e ora e salire sulla cresta dell’onda, esattamente come fa un surfista con le onde. Trovare il punto ideale di ingresso è tuttavia un lavoro che richiede grandi competenze, e la volatilità di questo stile è estrema. Senza contare l’importanza del broker scelto per investire: se lo si fa con un operatore non adatto al trading, si rischia di bruciare gran parte del denaro in commissioni (oltre che in tasse).

STILE CONTRARIAN

In un certo senso un approccio contrarian è l’esatto opposto di quello momentum: se quest’ultimo prevede di comprare titoli che stanno mostrando un chiaro trend rialzista, l’investitore contrarian compra sempre «al punto di massimo pessimismo». A coniare questo motto fu negli anni ‘30 John Templeton, fondatore nel 1954 del Templeton Growth Fund: un comparto che in 38 anni ha messo a segno un rendimento annuo medio del 15%. L’aneddoto che rese celebre lo stile contrarian di Templeton è datato 1939: all’inizio della Seconda Guerra Mondiale in Europa questo giovane investitore (classe 1912) del Tennessee prese in prestito 100 dollari per comprare 104 azioni americane a meno di un dollaro l'una scommettendo sul fatto che fossero eccessivamente sottovalutate. In cinque anni Templeton quintuplicò il capitale investito.

Essere contrarian è in realtà un’estremizzazione dell’approccio value di Graham e Buffett: anzi, l’investitore contrarian è un vero e proprio investitore value che trae però la sua forza dall’andare controcorrente rispetto al mercato. In un mercato Toro l’approccio contrarian porta a essere ribassisti e viceversa. Allo stesso modo, quando il mercato sale l’investitore contrarian non cerca i titoli e i settori che stanno facendo meglio bensì quelli che stanno andando peggio: ad esempio, nel biennio 2023-24 non avrebbe scommesso sulla tecnologia ma magari sulle utility o sul settore farmaceutico.

Se da una parte l’approccio contrarian consente di sfruttare le eventuali inefficienze del mercato entrando in titoli estremamente sottovalutati, dall’altra richiede un approccio di investimento ancor più rigoroso di quello value. L’investitore deve essere infatti in grado di capire se i titoli vanno controcorrente nonostante il loro valore potenziale oppure se sono effettivamente non meritevoli di essere comprati. (riproduzione riservata)



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