Con la stagione dei dividendi al via, molti si domandano se incassare i dividendi più sostanziosi oppure vendere prima dello stacco e intascare i guadagni anche in conto capitale. D’altronde, è fisiologico che la quotazione del titolo si decurti in misura analoga all’importo della cedola all’apertura del lunedì in cui viene contabilizzato lo stacco, quotando da quel momento «ex-cedola». Per alcuni titoli ci vuole qualche mese prima di recuperare il valore ante cedola, per altri qualche settimana, senza mai prescindere dall’andamento del mercato e dalle news sul titolo.

Altri risparmiatori, soprattutto in presenza di minusvalenze pregresse nell’attività in titoli, si pongono invece il problema della tassazione al 26% della cedola, che avviene comunque: le plusvalenze, infatti, non subiscono la tassazione sui capital gain (sempre del 26%) finché compensano eventuali minusvalenze accusate nei quattro anni precedenti. Ma questo non vale per i dividendi: essendo redditi di capitale, come lo sono le cedole dei bond e qualsiasi provento o guadagno degli Etf e dei fondi comuni a cui sono equiparati, non possono trovare compensazione nelle minusvalenze pregresse e vengono tassati in ogni caso al 26%, anche in presenza di un credito d’imposta derivante da precedenti perdite.
In vista di stacchi cedola di una certa consistenza, e tenuto conto dell’incidenza dei costi di negoziazione applicati dal proprio intermediario, è lecito considerare l’alternativa di liquidare la posizione in asta di chiusura del venerdì immediatamente precedente lo stacco cedola, perdendone il diritto alla riscossione, e riacquistare lo stesso quantitativo in asta di apertura del lunedì, quando il titolo quota ex-cedola.
Infatti, è fisiologico registrare un prezzo di apertura del lunedì inferiore alla chiusura del venerdì precedente, in misura pari teoricamente all’importo della cedola staccata: vendendo e poi riacquistando il titolo, rispettivamente in asta di chiusura e nella successiva asta di apertura, non si incassa la cedola ma si riacquista il titolo a un prezzo più basso di pari misura (teorica) alla cedola a cui si rinuncia.
Questa operazione di «dividend washing» consente di dribblare la tassazione del 26% sulla cedola quando si è in presenza di minusvalenze da compensare, oppure nel caso la posizione sia in perdita: in assenza di una delle due condizioni, la plusvalenza da dividend washing, che verrebbe realizzata con la vendita del venerdì, subirebbe la medesima tassazione della cedola annullando la convenienza dell'operazione.
Stante le due condizioni, l’operazione risulta tanto più conveniente quanto più alta è la cedola e quanto più basse sono le commissioni di negoziazione praticate dall’intermediario, che incidono nella vendita e nel riacquisto. Il bid-ask spread, che costituisce un costo implicito di negoziazione, è plausibile non considerarlo quando si tratta di azioni con un adeguato livello di scambi, negoziate in asta di chiusura e di apertura al prezzo d’asta.
L’altra voce di costo è invece incerta: il prezzo di apertura potrebbe essere più alto della quotazione teorica «ex-cedola», data dalla quotazione dell’ultima chiusura meno la cedola al netto d’imposta, nell’ambito di una normale variazione di prezzo tra la chiusura e l’apertura successiva in funzione della domanda e dell’offerta presenti sul book di negoziazione, nonché della tendenza di breve in atto sul titolo e sul mercato.
Quando ciò accade, crea un costo figurativo tanto più alto quanto più ampio è lo scostamento verso l’alto del prezzo di apertura rispetto alla quotazione teorica «ex-cedola», o quotazione «di break-even»: in questa circostanza, il riacquisto avviene a un prezzo più alto riducendo il margine proveniente dalla vendita del venerdì, che invece va a beneficio di chi ha mantenuto il titolo con la volontà di incassare la cedola.
Il caso di Stellantis, per esempio, è piuttosto estremo: ha aperto la seduta dello stacco del 22 aprile con una perdita di prezzo contenuta al 4,75%, sensibilmente distante dal 6,07% staccato con la cedola netta, cioè la quotazione di apertura si è rivelata marcatamente più alta della quotazione teorica «ex-cedola»: questo ha contribuito negativamente al beneficio dell’operazione di dividend washing, limitando il guadagno globale dell’operazione al 4,69% rispetto al 6,07% offerto dalla cedola netta.
All’estremo opposto, l’ampia caduta di prezzo accusata da Enel nell’apertura della seduta di stacco dell’acconto dividendo del 20 gennaio, abbondantemente al di sotto della quotazione teorica «di break-even», ha generato un lauto beneficio del 3,03% derivante dal dividend washing, innalzando al 5,26% il rendimento complessivo dell’operazione, più del doppio rispetto a chi ha incassato la cedola netta.
In generale, si può comunque osservare un contributo positivo del dividend washing: gli operatori, infatti, tendono a ragionare in termini di cedola lorda, con l’effetto di abbassare la quotazione teorica «ex-cedola». Come si muoverà la quotazione del titolo dopo l’asta di apertura del lunedì, nei giorni e nelle settimane successive, non ha importanza: ciò che conta è il prezzo di riacquisto, che fissa il livello di beneficio dell’operazione di dividend washing e quindi il suo rendimento complessivo rispetto all’alternativa di incasso della cedola netta, dopodiché i rialzi e ribassi successivi varranno nella stessa misura per chi ha mantenuto il titolo. (riproduzione riservata)