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Come cambiano le catene di forniture con la crisi del Mar Rosso e qual è il ruolo della transizione digitale
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Come cambiano le catene di forniture con la crisi del Mar Rosso e qual è il ruolo della transizione digitale

di Guido Marzetti
24 aprile 2024, 08:00 Ultimo aggiornamento: 13:36

Secondo Andrea Tinti, fondatore e ad di Iungo, la crisi del Mar Rosso porta a galla l’urgenza della digitalizzazione e l’accorciamento delle supply chain, ossia il reshoring | Mar Rosso, fregata francese Alsace in ritirata dopo gli attacchi Houthi. Missili antinave contro vascelli statunitensi

La crisi del Mar Rosso mette le aziende italiane ed europee di fronte alla fragilità delle supply chain, ancora una volta. Un problema che era già emerso durante la pandemia da Covid-19, poi con la crisi dei semiconduttori e più recentemente dal 2022 con la guerra in Ucraina e che torna alla ribalta con gli attacchi degli Houthi dello Yemen che si trascinano da mesi. Nel contesto attuale per la maggior parte delle navi cargo, salvo quelle russe e cinesi, il canale di Suez è fuori gioco e le principali compagnie come Maersk hanno cambiato rotta optando per la circumnavigazione dell’Africa, allungando di tre settimane il tempo medio di percorrenza e aumentando inevitabilmente i costi di spedizione.

A causa della crisi la gestione dei fornitori diventa più complessa e fa emergere la necessità delle imprese di digitalizzarsi, e al contempo si consolida il trend del nearshoring, ossia dell’accorciamento delle catene di approvvigionamento, già avviato con la pandemia da Covid. Lo spiega a MF-Milano Finanza Andrea Tinti, fondatore e ad di Iungo, piattaforma di supply chain collaboration in cloud che centralizza e semplifica la comunicazione con i fornitori di tutto il mondo. «In questo scenario sono penalizzate le supply chain rigide. La crisi evidenzia la necessità di essere veloci: chi ha una supply chain integrata riesce a colmare in fretta i buchi con i fornitori».

Come (e perché) digitalizzare l’impresa

«Con la crisi del Mar Rosso avere visibilità è vitale per le imprese. Una ricerca di Kpmg evidenzia che quasi il 50% delle imprese americane non riesce ad avere visibilità sui fornitori tier 1 (i più diretti, ndr). In Italia il dato è peggiore», spiega Tinti. «Ora più che mai il mercato premia fortemente la velocità di risposta ai problemi, ma non si può essere veloci se non si ha un sistema centralizzato di comunicazione: a fare ‘a mano’ si impiega troppo tempo». E per essere veloci, bisogna investire in innovazione, ossia nella digitalizzazione: «Perciò si è di fronte alla necessità delle imprese di digitalizzarsi. La digitalizzazione della supply chain riduce i costi, migliora la flessibilità, che è fondamentale, e aumenta la capacità predittiva», prosegue, «e contrariamente a quanto si può immaginare, la trasformazione richiede uno sforzo al 30% tecnologico e al 70% organizzativo». Non a caso secondo Tinti si è «di fronte a un vero e proprio cambio di mestiere: le imprese che si digitalizzano devono chiedere ai loro dipendenti di imparare a fare un nuovo lavoro. E per farlo serve dedicare del tempo alla formazione, ad esempio sull’utilizzo delle AI, cosa che spesso manca. E il mondo del lavoro sta cambiando di pari passo: sono sempre più richiesti i lavoratori digitali specializzati».

Una digitalizzazione che, tuttavia, ancora manca. Secondo i dati raccolti da Iungo su un campione di 5241 persone tra responsabili supply chain, responsabili qualifica fornitori, responsabili acquisti e buyer, il 40% delle aziende non utilizza ancora un sistema per la valutazione dei fornitori e il 30% di loro dichiara di farlo con strumenti destrutturati. Il dato positivo è che il 67% del campione manifesta di avere in programma l’implementazione di nuove tecnologie per migliorare la valutazione dei fornitori nei prossimi 12 mesi.

Il fenomeno del reshoring

«Un altro fenomeno nato durante la pandemia da Covid e alimentato dalla crisi del Mar Rosso è quello del reshoring, o meglio ancora del nearshoring», ossia l’accorciamento della distanza tra il fornitore e l’impresa, spiega l’ad. «Stando ai dati raccolti da Iungo, negli ultimi anni l’80% dei nuovi fornitori vengono ricercati vicino e non più nell’estremo Oriente. Le mete europee del nearshoring sono Polonia, Ungheria, ma anche l’Italia», racconta, aggiungendo che «dopo il Covid è venuta meno l’idea della Cina ‘grande fabbrica del mondo’».

Iungo cresce con l’AI

Nata nel 2001 come spin-off della Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia da un’idea dell’ad Tinti, la piattaforma Iungo permette di ottimizzare la supply chain e i processi aziendali correlati. Nel 2021 Iungo ha acquisito la società di consulenza Infomanager, specializzata nell’evoluzione delle catene di approvvigionamento, integrando la consulenza nell’offerta. L’ultimo step messo in campo, racconta Tinti, è l’integrazione dell’intelligenza artificiale nella piattaforma: «abbiamo messo a punto un’AI che fa analisi predittive: il sistema riesce a prevedere, dato lo stato dei fornitori e altri fattori, la data di consegna. Per dotarci dell’AI, dalla seconda metà del 2023 sono stati investiti in ricerca e sviluppo più di due milioni di euro, il 20% dei ricavi», conclude Tinti. (riproduzione riservata)



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