Metti una banca come Finint, che ha fatto del supporto alle imprese il suo punto di forza. E metti una realtà come Private Equity Partners, guidata da Fabio Sattin, che è tra i pionieri del private equity in Italia. Unisci alcuni noti imprenditori come Alessandro Banzato (Acciaierie Venete), Maurizio Bazzo (INGlass), Giuliano Caslini (Bianalisi) e Ermanno Pedrini (Cromodora Wheels) con il ruolo di anchor investor.
Ingredienti che, combinati, hanno dato vita a Clubinv, piattaforma di investimento che punta a unire capitali privati e competenze finanziarie per generare valore nel medio-lungo periodo. Il modello di questa realtà, a cavallo tra un club deal e un fondo di private equity, prende ispirazione da due concetti che sono più diffusi all’estero che in Italia. Quello del permanent capital, ovvero del capitale paziente a supporto dell’impresa. E quello dell’independent sponsor, che vuol dire capacità di mettere assieme diverse competenze industriali e finanziarie per il buon esito di un’operazione. Un approccio di investimento lontano da logiche speculative e saldato dal mantra degli «imprenditori che aiutano altri imprenditori».
«Il nostro vantaggio è proprio questo», puntualizza Sattin, che di Clubinv è presidente, affiancato dall’amministratrice delegata Alessandra Stea. «Poter unire di volta in volta imprenditori in grado di fornire il maggior valore aggiunto possibile all’operazione con le nostre competenze finanziarie. È un approccio nuovo, perché non siamo un fondo, ma strutturiamo l’operazione in base alle necessità e restando sempre al fianco dell’imprenditore per sostenerlo nella crescita».
Gli investimenti vengono selezionati da Clubinv dopo accurate due diligence e condivisi con gli anchor investor. Nel mirino ci sono società italiane che hanno tra 30 e 300 milioni di fatturato (con diverse modalità di partecipazione), che hanno già marginalità interessanti e che vogliono crescere, aprendosi a nuovi mercati e passando anche attraverso un rafforzamento della governance. E quindi il target ideale sono quelle realtà che devono fare il passaggio generazionale, che opera nel settore industriale b2b e che magari sono agganciate ai grandi trend del momento, come quello dell’energia, per fare un esempio. «Il nostro è un approccio di partnership che non va in contrasto con i fondi di private equity», specifica Francesco Lorenzoni vicepresidente operativo di Clubinv ed executive banker di Banca Finint. «Il nostro modello consente di creare un percorso di lungo periodo con l’imprenditore con l’obiettivo di realizzare una crescita importante. Guardiamo con attenzione ai settori dove ci sono opportunità di aggregazione e consolidamento e dove l’Italia ha capacità distintive».
Dopo la conclusione della prima operazione, l’opa su Braga Moro, che ha visto anche la partecipazione del management della società (management backed buyout), la società punta mettere a segno da qui in avanti un’operazione principale all’anno e due collaterali per arrivare a 100 milioni di investito in tre anni e con obiettivi di rendimento in linea con il private equity: 20% di rr e multipli di 2,5 volte. Ma la mission di Clubinv, al di là dei rendimenti, resta di creare, operazione dopo operazione, dei veri poli industriali di eccellenza tramite altre acquisizioni o attività di internazionalizzazione e supportando operazioni di buy-out. «Quello che ci proponiamo di fare non è il lavoro di un fondo di investimento, ma è più un mestiere imprenditoriale», spiega ancora Sattin. «Con più precisione è un’attività imprenditoriale declinata nella finanza. In Italia tutti sappiamo che ci sono società eccellenti che stentano a fare il salto che meritano, così come settori che rischiano di essere stravolti dall’AI. L’errore più grande in questo momento per gli imprenditori sarebbe stare fermi. Noi ci siamo per supportarli». (riproduzione riservata)