Chi paga per i danni causati dal cambiamento climatico? Paesi ricchi e paesi in via di sviluppo ne discuteranno – e si scontreranno – da lunedì 11 fino a venerdì 22 alla Cop29, la conferenza delle Nazioni Unite che si tiene in Azerbaijan, a Baku. Una conferenza importante soprattutto per chi potrebbe non più parteciparvi: gli Stati Uniti.
Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump sarebbe pronto a defilarsi dall’Accordo di Parigi mentre, sull’altro fronte, la Cina potrebbe per la prima volta impegnarsi a sostenere il contrasto al cambiamento climatico e a diventare paladina della transizione verso l’energia pulita.
Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, Donald Trump firmerà l’ordine esecutivo per il ritiro dall’accordo di Parigi sul clima il 20 gennaio, giorno dell’insediamento alla Casa Bianca. Il tycoon si era già ritirato dall’accordo nel 2019 durante il suo primo mandato, ma poi Joe Biden aveva aderito di nuovo all’intesa.
L’incontro di Baku sarà storicamente importante perché dovrà definire i nuovi impegni di «finanza climatica», ovvero gli aiuti economici con cui i paesi più ricchi e storicamente responsabili per le emissioni di gas serra si sono impegnati a sostenere economicamente quelli meno sviluppati per far fronte ai fenomeni estremi causati dal surriscaldamento globale.
La comunità internazionale dovrà definire il nuovo obiettivo finanziario globale per il clima, tecnicamente noto come New Collective Quantified Goal (NCQG). Andrà sostituito quello fissato nel 2009, quando i Paesi sviluppati si impegnarono a mobilitare 100 miliardi di dollari annui entro il 2020 per sostenere quelli in via di sviluppo.
Questo traguardo, raggiunto solo nel 2022, si è dimostrato insufficiente di fronte all’intensificarsi della crisi climatica: secondo l’Onu il divario tra finanziamenti e tra le reali necessità raggiungerà i 359 miliardi di dollari l’anno entro il 2030.
Potrebbe essere, però, difficile fissare un tetto di spesa senza aver prima stabilito quali Paesi dovranno contribuirvi. I governi europei si sono impegnati a raddoppiare gli sforzi per compensare il ritiro degli Stati Uniti, ma effettivamente pochi leader si recheranno a Baku.
Sia il presidente francese, Emmanuel Macron, sia il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, non saranno presenti alle sessioni riservate ai leader di martedì 12 e mercoledì 13, alle quali parteciperà invece la premier Giorgia Meloni. Grande assente anche il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, che l’anno prossimo ospiterà la Cop30.
Sempre secondo il WSJ, mentre gli Stati Uniti ripetono a gran voce il mantra «drill, baby, drill», la Cina sembra più impegnata che mai nell’Accordo di Parigi. Il Dragone ha ottenuto la leadership globale nella diffusione delle energie rinnovabili e sta spendendo miliardi in progetti di energia verde in tutto il mondo, compresi i Paesi in via di sviluppo. La netta divergenza tra le due potenze potrebbe incombere sulla Cop29.
«La Cina è pronta a lavorare con le altre parti per sostenere l’obiettivo, i principi e il sistema della Convenzione-quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e dell’Accordo di Parigi», ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning. Il presidente cinese, Xi Jinping, invierà a Baku il vicepremier Ding Xuexiang, una delle figura più di fiducia del leader cinese.
Pechino potrebbe usare la diplomazia climatica per proiettare la sua influenza economica all’estero, nei Paesi in via di sviluppo, trovando nuovi mercati in cui produrre energia rinnovabile. È un tema fondamentale per Pechino, dal momento che i produttori cinesi di pannelli solari, veicoli elettrici, batterie e altre attrezzature green devono fronteggiare da un lato la sovra-capacità e dall’altro i nuovi dazi da parte degli Stati Uniti e dell’Europa. (riproduzione riservata)