L’Asia apre il mese di febbraio in deciso calo: lunedì 2, il Nikkei perde l’1,25% alle ore 7:50 italiane, Hong Kong il 3,2%, Shanghai il 2,5%. Vendite secche sulle materie prime, l’oro cede il 5,5% a 4.487 dollari l’oncia, il petrolio Wti americano il 5,5% a 61,62 dollari il barile, il gas naturale Usa (alle 8:35) il 17,08% a 3,61 dollari. I futures sul Nasdaq viaggiano in forte perdita: -1,8%.
Il Pmi manifatturiero cinese elaborato da RatingDog è salito a 50,3 a gennaio 2026 dal 50,1 di dicembre, in linea con le attese e al livello più alto da ottobre, grazie al rafforzamento di produzione, nuovi ordini e vendite all’estero. Il miglioramento contrasta però con il Pmi ufficiale elaborato dal governo che ha segnalato un rallentamento dello slancio dell’attività manifatturiera in vista del Capodanno lunare.
L’indice Kospi è sceso di oltre il 5% lunedì, spingendo le autorità a sospendere temporaneamente le contrattazioni. I colossi dell’indice, SK Hynix e Samsung Electronics, hanno registrato ribassi rispettivamente del 6,66% e del 5,55%.
L’oro è sceso di oltre il 7% verso quota 4.500 dollari l’oncia lunedì durante le prime contrattazioni in Asia, estendendo le perdite dopo che nella seduta precedente il metallo prezioso aveva registrato il peggior ribasso da oltre un decennio. Il crollo di venerdì è stato innescato dalla nomina da parte del presidente Usa Donald Trump di Kevin Warsh (un economista falco) alla guida della Federal Reserve
Sono inoltre emerse prese di profitto dopo un rally ininterrotto che aveva spinto l’oro a nuovi massimi storici. La corsa era stata alimentata dalla forte domanda delle banche centrali e dal cosiddetto «debasement trade», con gli investitori orientati verso gli asset fisici a scapito di valute e obbligazioni, in un contesto di crescente debito pubblico. L’aumento dell’incertezza geopolitica ed economica, insieme ai timori sull’indipendenza della Fed, aveva rafforzato il ruolo dell’oro come bene rifugio. Gli acquisti speculativi, in particolare da parte di investitori cinesi, avevano amplificato il movimento, accentuando poi il crollo con le prese di beneficio.
I futures sul Wti sono scesi di oltre il 5% sotto i 62 dollari al barile lunedì, arretrando dai massimi degli ultimi mesi mentre i trader seguono gli sviluppi dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che potrebbero ridurre il premio per il rischio. Sabato il presidente Trump ha dichiarato che l’Iran sta «dialogando seriamente» con Washington poco dopo che Teheran aveva segnalato progressi nell’organizzazione dei colloqui.
Si tratta di un cambio di tono rispetto alle tensioni elevate del mese scorso, quando Trump aveva più volte minacciato azioni militari in risposta alla repressione delle proteste interne in Iran, mentre Teheran aveva avvertito di possibili ritorsioni. Quelle tensioni avevano spinto i prezzi del petrolio nettamente al rialzo a gennaio per i timori di interruzioni delle forniture nella regione.
A rafforzare i segnali di de-escalation, alcune indiscrezioni indicano che le forze navali dei Guardiani della Rivoluzione iraniani non avrebbero in programma esercitazioni a fuoco nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico petrolifero globale. Nel frattempo, domenica l’Opec+ ha ribadito la decisione di mantenere invariata la produzione a marzo, ultima fase del congelamento dell’offerta di tre mesi.
I futures sul gas naturale statunitense sono scesi del 16,5% a 3,63 dollari lunedì, annullando i forti rialzi della settimana precedente dopo che le previsioni di un clima più mite in diverse regioni del Paese hanno ridimensionato le attese di domanda per il riscaldamento. Sebbene alcune zone del Sud degli Stati Uniti restino fredde, la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) prevede temperature superiori alle medie stagionali. Questo dovrebbe frenare la domanda di gas naturale, fonte per il riscaldamento domestico e la produzione di elettricità. (riproduzione riservata)