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Fondi ed Etf sulla cybersecurity
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Caso spioni, con la sicurezza informatica si può anche guadagnare. Etf e fondi sulla cybersecurity che arrivano al 70%

01 novembre 2024, 20:00 Ultimo aggiornamento: 13 gennaio 2025, 17:03

Le performance dei prodotti di risparmio gestito sui titoli della cybersecurity nell’ultimo anno hanno reso in media il 30% e salgono al 70% su un orizzonte quinquennale. Negli indici dominano i colossi americani e israeliani. Ma anche Piazza Affari ha le sue piccole grandi perle

I guardiani dei conti correnti e della privacy digitale possono essere anche validi alleati del proprio portafoglio. D’altronde, se è vero che non c’è trend che le società di gestione non siano in grado di cavalcare con strumenti di investimento tematici, la cybersecurity offre proprio l’identikit perfetto. Primo, è un settore in crescita vertiginosa: dovrebbe infatti superare i 560 miliardi di giro d’affari nel 2032 dai circa 190 attuali, con un tasso di crescita annuo del 14,3%. Secondo, risponde a un bisogno divenuto irrinunciabile: la tutela dell’identità digitale e dei propri risparmi, ormai protetti da codici e password piuttosto che da casseforti e caveau. Terzo, ma non per importanza, è un settore strategico per le nazioni e la loro sicurezza: a fianco alle società di cybersecurity in grado di difendere i conti correnti ci sono infatti quelle che sventano attacchi a ponti, ospedali, infrastrutture critiche. In questo senso il megatrend di investimento è un vero e proprio corollario del grande settore che sta guidando le borse da ormai due anni: quello della difesa.

Rendimenti fino al 70% 

La tabella in pagina, elaborata da Fida, riunisce 10 fondi comuni o Etf focalizzati sul tema della cybersecurity, e ordinati per rendimento da inizio anno. Come si può notare già a prima vista sono i replicanti a farla da padrona in questo specifico settore di investimento, con sette prodotti su 10 classificabili come fondi-indice passivi. La loro performance media da inizio anno è del 10,4%, con punte superiori al 16%. In generale i pochi gestori attivi che si affacciano al settore non sono riusciti nel corso di quest’anno a battere il mercato, ma la ragione è abbastanza logica: gran parte degli indici sulla cybersecurity sono infatti composti da società tech americane quotate al Nasdaq, che nel 2024 è finora il miglior listino in assoluto tra quelli dei mercati sviluppati. Come è noto, più il mercato va bene e più per il gestore attivo è complesso batterlo.

Se si allarga l’orizzonte a un anno, la performance media dei comparti sale al 30,5%, con performance non troppo disperse tra i vari fondi ed Etf (la mediana è al 34,3%), per poi scendere al 5,9% su un orizzonte triennale - in mezzo c’è stato il 2022 nero per i titoli tech - e schizzare oltre il 70% per i (pochi) Etf che hanno uno storico di cinque anni o più. Un’ulteriore riprova dal fatto che il comparto è giovane, ma che sta vivendo una fase di crescita interessante.

Un dominio americano

Chi volesse acquistare uno di questi fondi o Etf sulla cybersecurity sperando di esporsi alla crescita di aziende italiane o europee rimarrebbe probabilmente deluso. Il settore, almeno per quanto riguarda i suoi nomi più grandi, parla quasi esclusivamente americano. Si prenda ad esempio l’Etf più grande del comparto, L&G Cyber Security (+10,1% nel 2024, +70% in cinque anni): un comparto storico della casa di gestione Lgim, che gestisce oltre 2 miliardi di euro di masse e replica l’indice Ise Cyber Security, esponendosi a 36 titoli (un numero piccolo ma non insolito quando si parla di Etf tematici).

I tre quarti del portafoglio (75%) sono investiti in titoli americani, con il 7,7% esposto alla californiana Fortinet (60 miliardi di dollari di capitalizzazione al Nasdaq) e il 6,5% investito nella Cisco Systems: un conglomerato del software che capitalizza oltre 200 miliardi (sempre al Nasdaq) ma non si occupa solo di cybersicurezza.

Tra Israele e Asia 

Dopo gli Usa, ecco comparire al secondo posto dell’Etf di Lgim per allocazione geografica Israele, al 12%. Un dato non casuale, che si ripete più o meno in tutti gli altri prodotti di risparmio dedicati alla sicurezza informatica. Solo per dare due numeri, quasi un terzo degli investimenti globali in cybersecurity (il 31%) proviene da Tel Aviv, che ha anche dato i natali a circa un terzo degli unicorni - startup non quotate sopra il miliardo di dollari di valutazione - del settore.

Terzo posto per il Giappone, al 7,9% del portafoglio di Lgim, ma quasi tutto proveniente da un’unica partecipazione: quella in Trend Micro, azienda nippo-americana quotata alla borsa di Tokyo.

In generale, anche negli altri Etf la composizione è simile: dominio Stati Uniti, segue Israele, poi un po’ di Giappone e Taiwan, sporadicamente qualche azienda britannica o canadese. L’Unione Europea in questo tipo di mercato risulta quasi sempre non pervenuta.

Due titoli da tenere d’occhio

Nel mondo della cybersecurity è ormai entrato a pieno titolo un nuovo rivale-alleato: l’intelligenza artificiale. Rivale perché la proliferazione di deepfake creati con l’AI può far aumentare esponenzialmente il numero di frodi informatiche. Alleato perché l’uso della nuova tecnologia può aiutare i guardiani della privacy e della sicurezza a svolgere il loro lavoro in modo sempre più rapido ed efficiente.

Sul tema si è espresso Rahul Bhushan, global head of index di Ark Invest Europe (la società del super-gestore Cathie Wood), che ha indicato due titoli da tenere d’occhio. Il primo è SentinelOne, azienda quotata al Nyse da 8 miliardi di capitalizzazione, che utilizza «sistemi di AI per rispondere alle minacce in tempo reale, senza bisogno dell'intervento umano». La seconda è Zscaler (Nasdaq, 28 miliardi di market cap), specializzata nella protezione di ambienti cloud, che ha una «previsione di 5 miliardi di dollari di fatturato ricorrente annuale», sottolinea il money manager, che ricorda anche come, per entrambi i titoli, l’opportunità di investimento sia rafforzata dalla rafforzata dalla «natura a lungo termine delle minacce informatiche».

Le perle di Piazza Affari 

L’Italia, seppur fuori dai radar (come d’altronde quasi tutta l’Europa) dei grandi fondi tematici che investono nel settore, ha comunque le sue perle. Il nome forte è chiaramente quello di Leonardo, società attiva anche nel settore della cybersecurity, nonostante essa non costituisca il suo business principale.

Un gradino più in basso in termini di capitalizzazione ci sono due tra le principali aziende tecnologiche di Piazza Affari, Reply e Sesa. Anche in questo caso però il loro impegno nella sicurezza informatica è una parte - più o meno significativa - di modelli di business diversificati nell’ambito dei servizi digitali.

Questa è un po’ la peculiarità del tech italiano nel suo complesso: fornitori di sistemi digitali alla clientela, composta perlopiù da altre aziende. E tra questi servizi a 360 grandi rientrano anche, come è logico, quelli di sicurezza informatica.

E poi ci sono le società i cui ricavi dipendono in gran parte proprio dalla cybersecurity: Wiit, ad esempio, che capitalizza 577 milioni e che in settimana ha annunciato il rinnovo di un contratto da 2,6 milioni con una multinazionale italiana nel settore plastico. Oppure Tinexta (510 milioni di market cap), attiva nel settore della sicurezza informatica tramite la controllata Swascan. È peraltro ancora in corso l’opa di Tinexta su Defence Tech, azienda dell’Egm specializzata in soluzioni di cybersecurity per i settori della difesa e per l’intelligence. (riproduzione riservata)



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