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POMPE DI BENZINA, POMPA, PISTOLA, DISTRIBUTORE, DIESEL, SENZA PIOMBO, CARBURANTE, CARBURANTI, RIFORNIMENTO, STAZIONE DI SERVIZIO
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Carburanti, ecco come la speculazione alla pompa di benzina fa guadagnare anche lo Stato

di Sergio Rizzo
22 giugno 2026, 09:00

I prezzi dei carburanti salgono rapidamente ma scendono lentamente, un fenomeno noto come effetto razzo-piuma. Tra accise e Iva, le tasse sui carburanti raggiungono il 60% del prezzo finale

Gli economisti lo definiscono «effetto razzo-piuma». È il fenomeno per cui i prezzi salgono improvvisamente quando aumentano le quotazioni della materia prima ma scendono molto ma molto lentamente quando le quotazioni diminuiscono. Esattamente ciò che da anni capta con il prezzo dei carburanti. Ed è quello che inevitabilmente succede anche adesso, dopo la riapertura (sia pure senza troppe certezze per il futuro) dello Stretto di Hormuz.

Le ragioni per cui si produce l’effetto razzo-piuma sono solo in parte tecnicamente rintracciabili. Infatti la causa principale è di tutta evidenza la speculazione. E la faccenda impone alcune considerazioni.

La prima è che anche lo Stato ci guadagna, visto che fra accise e Iva il peso delle imposte sul litro di carburante può arrivare fino al 60% del prezzo finale. Con l’assurdità di una tassa che grava sulle tasse, visto che paghiamo l’Iva anche sulle accise, e se fosse eliminata questa lampante ingiustizia sociale il costo del litro di benzina o gasolio scenderebbe di almeno dieci centesimi. Ma tant’è.

Non è certo per questo motivo che lo Stato italiano non riesce a frenare la speculazione sulle oscillazioni delle quotazioni del greggio. Nemmeno quella praticata (ingenuamente?) da parte dei petrolieri, che distribuiscono nelle proprie stazioni di servizio il prodotto raffinato dal greggio da loro stessi acquistato con contratti entro certi limiti al riparo dalle oscillazioni. C’è però in tutti i governi che si sono alternati alla guida del Paese un’evidente sottovalutazione di un problema destinato a diventare sempre più grave.

Le misure del governo contro il rincaro dei carburanti

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina il governo di Mario Draghi ha introdotto con il decreto Aiuti un prelievo fiscale supplementare del 25% sugli extraprofitti delle aziende petrolifere, con l’obiettivo di ridurre di una misura analoga il peso delle tasse per automobilisti e autotrasportatori italiani. La misura non ha però sortito per varie ragioni gli effetti sperati, inizialmente con un gettito inferiore di ben 9 miliardi di euro rispetto ai 10 miliardi preventivati. E si è quindi pietosamente arenata.

L’attuale governo ha fatto, se possibile, ancora peggio. L’uovo di Colombo è la decisione di imporre ai distributori di esporre un cartello con i prezzi medi dei carburanti a livello regionale aggiornati ogni settimana dal ministero delle Imprese e del made in Italy guidato da Adolfo Urso. Una mossa allo scopo di indurre i consumatori a scegliere i prezzi migliori, senza però considerare che la pubblicazione dei prezzi medi avrebbe spinto anche i distributori più a buon mercato ad allinearsi il più possibile a quei valori. Tanto che adesso la pratica è scivolata serenamente nel dimenticatoio. E la speculazione non ha rallentato.

Il ruolo delle authorities 

Il problema è che nel settore pubblico nessuno ha una competenza chiara per individuare e sanzionare gli speculatori. C’è l’Antitrust, è vero, ma può intervenire quando scopre i cartelli, cioè gli accordi sottobanco fra diversi soggetti a scapito della concorrenza. E quando li scopre non si fa scrupolo di punirli anche severamente. Però la speculazione non passa sempre attraverso i cartelli.

Dal 1995 l’Italia ha anche una specifica autorità indipendente (sulla carta) che sovrintende il settore dell’energia. Si chiama Arera e fra le proprie competenze c’è anche quella sulle bollette del gas e dell’elettricità. Per questa ragione deve vigilare sui rincari delle quotazioni del petrolio (e quindi anche sui relativi deprezzamenti) per valutare gli impatti sulle bollette. E francamente non si capisce la ragione per cui questa attività non possa essere estesa anche al settore dei carburanti per fornire elementi utili a scoprire e colpire la speculazione.

La verità è che si è perso già troppo tempo. Bisognava intervenire da un pezzo, ma adesso non si può più aspettare. L’epoca di quotazioni stabili del greggio è finita. Le tensioni internazionali sui prezzi sono destinate a durare chissà quanto e le oscillazioni continueranno a esporre un Paese come il nostro, che ancora dipende in larga misura da petrolio e gas, a rischi di fiammate inflazionistiche. Fate qualcosa, almeno per evitare che gli speculatori facciano pagare i propri profitti sulle guerre a chi è costretto a fare rifornimento dal benzinaio. (riproduzione riservata)



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