Ancora caos a Caracas. Durante la notte sono stati esplosi diversi colpi da arma da fuoco nei dintorni di Palazzo Miraflores, la sede presidenziale venezuelana. La situazione - riferiscono testimoni e fonti governative - è adesso sotto controllo.
Gli spari sarebbero stati indirizzati dalle forze armate del governo contro alcuni droni non identificati che sorvolavano la capitale venezuelana, nei pressi del palazzo del potere.
Anche diversi video social mostrano i movimenti di uomini in uniforme e il dispiegamento di carri armati dell’esercito nel centro di Caracas a seguito delle tensioni della notte.
Il media venezuelano Caracol segnala che «i ministeri e gli edifici governativi situati nell'epicentro degli scontri (il centro di Caracas) sono stati evacuati. Le attività commerciali e i quartieri vicini al luogo della sparatoria sono chiusi a causa dell'emergenza, lasciando acquirenti e residenti intrappolati all'interno finché la situazione non migliorerà.
Tutto ciò avveniva poche ore dopo il giuramento della vice di Nicolas Maduro, Delcy Rodriguez, come presidente ad interim.
Come riporta il Wall Street Journal, secondo una valutazione interna della Cia, gli Stati Uniti ritengono gli ex fedelissimi di Maduro (tra cui la neopresidente ad interim) la miglior soluzione per il gravoso ruolo di traghettare il Paese in questo momento di caos rispetto agli storici leader dell’opposizione, come la premio Nobel Maria Corina Machado.
Il motivo di questa preferenza sarebbe l’appoggio delle forze militari locali di cui gli uomini di Maduro godono, sostegno non accordato all’opposizione. Il rischio, secondo gli Usa, sarebbe una rivoluzione di stampo militare se Machado e i democratici fossero messi al potere da Trump in questi primi giorni di interregno.
Un periodo di transizione di cui non si conoscono bene ancora i termini di durata. Per ora Donald Trump ha dichiarato che «non ci saranno elezioni nei prossimi 30 giorni».
Nel frattempo Nicolas Maduro è comparso, assieme alla moglie Cilia Flores, dinanzi al giudice Alvin Hellerstei a New York per la l’udienza preliminare del processo a suo carico per narcotraffico. Il dittatore si è dichiarato innocente e si è identificato come «presidente del Venezuela».
Donald Trump, comunque, non sembra aver esaurito i suoi progetti internazionali. Nella giornata di ieri, 5 gennaio, non ha lesinato commenti su Colombia e Messico ai giornalisti presenti sull'Air Force One che lo riportava alla Casa Bianca da Mar-a-Lago, dove ha trascorso le festività e condotto il raid su Caracas.
«La Colombia è governata da un uomo malato (riferimento al presidente Gustavo Petro, ndr) a cui piace produrre cocaina, ma non ancora per molto», ha minacciato Trump, facendo riferimento a una «missione» sullo stampo di quella venezuelana.
Con riguardo al Messico, il presidente Usa ha commentato: «Dobbiamo fare qualcosa anche con il Messico, il Messico deve darsi una regolata», senza criticare la presidente Claudia Sheinbaum, ma ricordando il rifiuto di questa alle sue ripetute offerte di truppe militare per liberare il Paese dai cartelli della droga.(riproduzione riservata)