Per il calcio italiano si prospetta un fine luglio da bollino rosso. In attesa della ripresa del campionato – ma soprattutto in vista dell’assemblea elettiva della Figc in programma il 4 novembre – nel pomeriggio di lunedì 29 luglio il consiglio federale tornerà a riunirsi per provare a dipanare una delle matasse più intricate dell’ultimo anno: la ridefinizione dei pesi delle leghe, a cominciare dalla Serie A.
Ingurgitato l’amaro calice della nuova commissione indipendente sui bilanci delle società professionistiche chiamata a sostituire la Covisoc, il numero uno della Federcalcio Gabriele Gravina è pronto a dare battaglia. Né il tempo né le circostanze sembrano però volgere a suo favore: dopo la Camera, martedì 23 luglio anche il Senato ha dato luce verde al decreto sport (o decreto Abodi) che, tra l’altro, prevede proprio una più equa rappresentanza per le leghe.
Aspetto, questo, introdotto dall’emendamento del forzista Giorgio Mulé e così riformulato dopo il passaggio alle Camere: «Al fine di garantire un’adeguata rappresentanza nei sistemi federali, negli sport a squadre composte da atleti professionisti e con meccanismi di mutualità generale, le leghe sportive professionistiche hanno diritto a un’equa rappresentanza negli organi direttivi delle federazioni sportive nazionali di riferimento che tenga conto anche del contributo economico apportato».
Un testo ispirato – al netto di alcune importanti scremature – al documento commissionato dall’assemblea della Lega Serie A dell’8 marzo al «gruppo di lavoro» presieduto dalla vicepresidente emerita della Corte Costituzionale Daria de Pretis e composto dai professori Luigi Fumagalli, Avilio Presutti, Bernardo Mattarella e Giulio Napolitano (rispettivamente, nipote e figlio degli ultimi due capi dello Stato).
Nella proposta del comitato dei saggi – realizzata tra marzo e giugno e presentata il 16 luglio scorso, alla vigilia della fiducia della Camera al decreto – si parla di rappresentanza «comunque non inferiore al 50% dei voti in assemblea e dei seggi negli organi direttivi» e non solo: «Ove all’interno di una federazione sportiva nazionale vi siano più leghe sportive professionistiche – si legge – a quella che apporta il maggior contributo economico spetta almeno il 40%».
Percentuali, queste, che si rifanno alle richieste esplicitate nelle scorse settimane dalla Lega presieduta da Lorenzo Casini, che implicherebbero una quadruplicazione del peso della A nell’assemblea federale, attualmente fissato al 12% contro il 5% della B e il 17% della Lega Pro (che nel frattempo è passata da 90 a 57 squadre). Sommate, le quote delle tre leghe portano i professionisti al 34%: cifre vicine al modello francese e tedesco, ma ben lontane da quello inglese e spagnolo. Al netto della legittima richiesta di contare di più, non è chiaro dove la Serie A potrebbe andare a rastrellare il rimanente 38%: arbitri (2%), allenatori (10%), giocatori (20%) o dilettanti (34%)?
Di fronte al pressing alto delle leghe con in testa la A (ma a raddoppiare la marcatura c’è anche la serie cadetta con il presidente Mauro Balata, che coltiva il sogno proibito della presidenza Figc) Gravina ha provato a lanciare una controfferta, rispedita per ora al mittente: il 20% della rappresentanza e cinque consiglieri al posto dei sette richiesti e degli attuali tre, tra i quali figura – insieme a Casini e Giuseppe Marotta – anche Claudio Lotito.
Nelle duplici vesti di presidente della Lazio e senatore di Fi (stesso partito di Mulé), Lotito è il trait d’union tra calcio e politica: in questo ruolo da mediano di spinta ha sostenuto la manovra autarchica con cui la politica si è inserita nella crepa sempre più profonda tra Figc e leghe: una sorta di guerra combattuta per procura con, all’orizzonte, il redde rationem col patron del Coni Giovanni Malagò, altro obiettivo della manovra a tenaglia contro la Figc targata Gravina.
Difficilmente il 4 novembre, a dispetto della concomitanza con quello (celeberrimo) del generale Armando Diaz, quello di Gabriele Gravina sarà un «bollettino della Vittoria». Non solo perché le previsioni sull’esito della partita farebbero impazzire i bookmakers più scafati, ma anche perché, con molta probabilità, l’elezione slitterà a gennaio: l’assemblea ordinaria convocata per quella data all’Hilton di Fiumicino si avvia a trasformarsi in straordinaria per modificare lo statuto.
Prima, peraltro, si terranno le assemblee elettive di tutte le leghe. E un altro voto che, alla luce del braccio di ferro in corso, rischia di slittare è proprio quello della Serie A: facile che l’uscente Casini – tedoforo della fiaccola incendiaria – resti in sella almeno fino a dicembre. C’è però un vincolo: l’elezione del nuovo presidente deve avvenire 15 giorni prima di quella federale. La sfida è al calcio d’inizio: il risultato al triplice fischio, quantomai incerto. (riproduzione riservata)