Il governo cerca una ricetta salva-calcio. Si fa più concreta l’ipotesi che presto le aziende del settore del betting possano tornare a sponsorizzare eventi sportivi ed esporre i propri marchi negli stadi con banner o cartellonistica. Ossia che decada il divieto di pubblicità indiretta per il mondo delle scommesse e del gioco d’azzardo, introdotto (insieme a quello di pubblicità diretta, che comunque rimarrebbe) con il decreto Dignità nel 2018, «su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni e i canali informatici, digitali e telematici, compresi i social media».
La novità dovrebbe arrivare mercoledì 26 febbraio in commissione Cultura del Senato nel fascicolo «Affare assegnato sulle prospettive di riforma del calcio italiano», di fatto ricalcando l’articolo 14 poi ritirato della bozza del dl Cultura licenziato dal cdm alla vigilia dello scorso Natale.
Della misura, come sottolineava il governo nella relazione illustrativa del dl Cultura, ne beneficerebbe soprattutto l’industria «del calcio, verso la quale si concentrano i maggiori volumi di scommesse» e quindi ha subìto le più importanti «ripercussioni negativi causate dalla decurtazione degli introiti».
Se infatti l’obiettivo del divieto introdotto sotto il governo giallo-verde (M5s+Lega) era di contrastare la ludopatia e ridurre l’esposizione del pubblico a messaggi promozionali legati al gioco d’azzardo, questo ha comportato un costo significativo ai club italiani: dal 2018 si stima che le squadre di Serie A abbiano perso complessivamente oltre 100 milioni di entrate all’anno, ha dichiarato in più di un’occasione l’ad di Lega Serie A, Luigi De Siervo. Basti pensare che quando è entrato in vigore il decreto Dignità, ben 15 club italiani su 20 avevano accordi commerciali, pur se non tutti come main sponsor, con operatori delle scommesse.
Il divieto di fare affidamento sulle società di betting ha inficiato anche la competitività del campionato tricolore. Da un lato, l’impossibilità di poter contare sugli operatori delle scommesse ha acuito il divario tra le squadre nei primi posti in serie A e i club con meno punti raccolti in lotta per evitare la retrocessione. Dall’altro lato, l’esistenza del divieto di sponsorizzazioni di player nelle scommesse ha penalizzato i club italiani rispetto ai competitor di altri campionati europei. Laddove circa il 14% degli sponsor di maglia delle prime 10 leghe europee sono operatori di betting: una chance che con il divieto in vigore era finora preclusa ai club italiani.
Una preclusione che ha avuto ricadute sulle finanze delle squadre italiane e nondimeno sulla loro capacità di fare offerte per acquistare talenti di alto livello così da riuscire a risultare più competitive nel confronto internazionale. E ancora, in un momento in cui il comparto calcistico sta subendo una riduzione dei ricavi da giornata di partita e parallelamente un aumento dei costi operativi, il ban degli operatori del betting sta limando ulteriormente il margine dei club a investire in infrastrutture e in giovani talenti. Tutti aspetti che vanno a discapito del settore del pallone, che ha un impatto sul pil nazionale di 11,3 miliardi. (riproduzione riservata)