Nell’anno 1141 alla ricca città di Asti, punto di snodo di importanti rotte commerciali dell’Italia occidentale, venne concesso per la prima volta da Corrado III il Salico, lo «ius faciendi monetam», vale a dire il privilegio di battere moneta. A partire dal XIV secolo, il diritto di conio di monete d’oro e d’argento venne concesso anche a famiglie nobili. La storia tende a ripetersi…
A distanza di un giorno, su MF il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha affermato che il valore delle criptovalute è «del tutto scollegato a beni o risorse economiche sottostanti e presenta un elevatissimo livello di rischio», a seguire, il sottosegretario all’Economia, Federico Freni, ha dichiarato che «il dibattito sulle criptovalute può essere spogliato da pregiudizi che rischiano di mettere a rischio lo sviluppo di una asset class che può essere strategica per il Paese». Il dibattito è molto interessante ed evidenzia l’importanza della materia, a livello mondiale. Le criptovalute potrebbero rappresentare una nuova tipologia di valuta o sono semplicemente uno strumento speculativo? Dalla letteratura e dall’analisi empirica, ben difficilmente le cripto ad oggi hanno le caratteristiche per poter essere considerate una moneta.
Non solo perché non può fisiologicamente assolvere alle tre funzioni richieste a una moneta (fungere da riserva di valore, mezzo di scambio e unità di conto) ma anche per molti altri aspetti che non la rendono una valuta utilizzabile. Primo fra tutti, la mancanza di un’autorità centrale che stabilisca la politica adeguata alla sua circolazione e al suo mantenimento. Le cripto sembrerebbero piuttosto avvicinarsi a una commodity o a un asset. Inoltre, nonostante sempre più scambi di beni e servizi siano regolabili in criptovalute, la maggior parte degli acquirenti hanno come fine ultimo la speculazione, col risultato che agli occhi di tutti, essi non sono altro che forieri di una bolla speculativa.
Nel tempo, grazie all’analisi dei dati e non solo della teoria alla base delle cripto, è stato possibile comprendere le numerosissime oscillazioni del prezzo, dunque la grande volatilità di questo strumento. In generale, le variazioni che interessano gli indici azionari e soprattutto le valute nazionali riconosciute sono molto più contenute rispetto a quelle che invece riguardano le cripto. Se per queste ultime si osservano rendimenti che raggiungono -18% o +15%, per le monete nazionali non si supera mai il +/- 2%. Un’altra ipotesi nata in precedenza e che ora, dopo una accurata osservazione dei dati empirici, risulta ragionevolmente sostenibile, è che per ottenere una variazione notevole del prezzo delle cripto sia sufficiente una notizia riguardante il solo mondo delle criptovalute stesse, vera o falsa che sia.
Ciò che è ipotizzabile per il futuro è che la tecnologia sottostante le cripto venga utilizzata per creare un sistema migliore di quello già esistente, più sicuro, utilizzabile per effettuare pagamenti senza necessità di fiducia nei confronti di un sistema istituzionale che sempre più spesso viene visto come corrotto e non affidabile. La terza via per affrontare la tematica potrebbe essere ripresa dalla visione del Commissario Consob, Federico Cornelli, così come si è espresso sul quotidiano l’Avvenire il 19 ottobre scorso: «Il risparmio in criptovalute private è diverso, semplicemente perché – a differenza degli altri tipi di investimento – non presenta fondamentali caratteristiche di utilità sociale. Negoziate in modo spesso opaco e prive di un vero e proprio sottostante, su cui impattano gli investimenti, le criptovalute raramente consentono di generare utilità collettive attraverso utilità private, e mancano del pregio della «tendenziale saggezza», criterio quest’ultimo utile per indirizzare il risparmio». Il dibattito è aperto.
Giovanni Natali è Presidente AssoNext