In Europa si prepara un assalto ai fornelli, Ma anziché essere un assalto comune, esso avviene in formazione sparsa. A guidare la disgregazione è la Germania: già alle primissime proposte risalenti al marzo di quest'anno il Paese si opponeva alle ipotesi di tetto ai prezzi del gas. L'idea, ora e allora, era che calmierare i prezzi tramite un intervento statale potrebbe portare a problemi nelle forniture. Ciò dipende dal fatto che il gas non russo deve essere reperito sul mercato del (mare) aperto, cioè del gas che viene trasportato per nave.
Da qui, il pacchetto di contromisure proposto da cancelliere Olaf Scholz risponde a un gusto squisitamente autarchico: 200 miliardi di aiuti per sostenere privati e aziende nel pagamento delle bollette, riduzione dell'Iva dal 19 al 7%, e vari piani di efficientamento. Come ha dichiarato lo stesso Scholz, "già in passato è capitato che durante le recessioni la Germania si indebitasse, ma poi quando l'economia si è ripresa, il Paese ha sempre rimborsato i suoi debiti".
È chiaro cioè che la Germania si può permettere una soluzione efficiente, quanto dispendiosa, semplicemente perché se lo può permettere. Non è peregrina l'ipotesi in base alla quale imporre un prezzo basso del gas spingerà i fornitori a cercare altri lidi presso cui fare attraccare le proprie navi.
In questo modo, dopo essere intervenuta più e più volte per contribuire ai fondi salva Stati durante le crisi dell'euro, adesso la Germania aiuta se stessa. Peraltro i denari verranno attinti da un fondo speciale che era stato creato per il sostegno alle imprese durante la crisi della pandemia: uno strumento già esistente, e di rapido impiego.
Si tratta di egoismo? Questo deve essere provato da un'altra azione, che la Germania ancora non ha del tutto escluso: l'imposizione di un tetto ai prezzi nei confronti della Russia. Vladimir Putin ha già fatto sapere tempo fa di essere contrario a una misura di questo tipo, e che come al solito le conseguenze sarebbero gravissime, terribili, spaventose. Ma è proprio questa sensibilità moscovita che denuncia quanto una misura simile possa essere molto utile non solo per ridurre i costi in bolletta, ma anche, possibilmente, per dar fastidio all'autocrazia moscovita. È vero infatti che la dipendenza dal gas russo si è ridotta notevolmente, scendendo dal 40% a circa il 9%. Ma qualsiasi euro virgola o per meglio dire, rublo, contribuisce al vigore delle casse statali russe. Perché questi 200 miliardi che verranno distribuiti da Berlino andranno a finanziare prezzi alti, in particolare i prezzi alti che Mosca è in grado di farsi pagare.
La differenza tra il gas che transita per le pipeline e quello trasportato per nave, è che nel primo caso, salvo esplosioni, fornitore e acquirente sono legati strettamente dalla presenza delleinfrastrutture fisse di trasporto. Per questo, sicuramente esiste in alcuni casi un monopolio da parte di chi esporta, ma esiste anche un monopsonio da parte di chi compra. La situazione dell'industria del gas russo non è certamente delle migliori. Putin si era potuto permettere di interrompere le forniture tramite il Nord Stream, perché comunque la crisi del gas aveva spinto i prezzi così in alto, che il resto delle spedizioni colmava e sorpassava la differenza. Ma certamente ora Putin non può spingersi oltre. La Russia non dispone dì infrastrutture alternative sufficienti a colmare un'eventuale interruzione dai gasdotti ancora in funzione.
Si cita la possibilità che la Russia possa esportare il gas verso l'Asia, e in questo senso ci sono stati già contatti e accordi tra Pechino e Mosca. Il problema però, è che le infrastrutture esistenti non sono neanche lontanamente in grado di pareggiare la capacità esportativa verso l'Europa e
la costruzione di nuove infrastrutture prenderebbe anni di sviluppo, sempre che la Russia sia in grado di reperire la tecnologia necessaria nonostante le sanzioni in atto. Tutto questo, senza contare il fatto che la più grande economia asiatica, cioè la Cina, non può offrire un mercato del
gas abbastanza grande da sostituire quello europeo. Inoltre, vista l'esperienza del Vecchio Continente, la Cina si guarderà bene dall'abbandonare il
proprio mix energetico a carbone, perché se si affidasse con tutte le scarpe al gas russo si troverebbe in una spiacevole situazione di dipendenza.
La conseguenza secondaria del piano da 200 miliardi è che l'industria tedesca si troverebbe necessariamente avvantaggiata nei confronti di quelle degli altri Paesi. Per un motivo o per un altro, per una crisi o per un'altra, questi 200 miliardi sono pur sempre aiuti di Stato. Ma se vige sempre la regola che ciò che va bene alla Germania, va bene all'Europa, sarà difficile trovare necessario sostegno politico per criticare un piano del genere a livello europeo.
Ma se la Germania proseguisse testardamente in una strategia di contromisure squisitamente sovranista, getterebbe le premesse definitive per una disgregazione europea. Già l'euro ha creato un'Europa a più velocità, con una tendenza acuita ancora di più dalla crisi pandemica. Quando potrà mai essere abbastanza, quando potrà mai una crisi essere sufficientemente grave, che cosa deve succedere affinché finalmente l'Europa reagisca unita?
Prima il nemico era comune ma etereo: la struttura dell'euro. Adesso il nemico è chiaro, e ha persino un nome e un cognome: è il villano comune Vladimir Putin. Ma la presenza di un nemico comune non sembra essere sufficiente per creare un senso di appartenenza europea davvero sentito.
Un tetto ai prezzi non può essere promosso da Paesi singoli, semplicemente perché i fornitori si rivolgerebbero a un altro mercato. Se un'altra economia europea dovesse entrare in crisi, l'elettorato tedesco, che è l'unico a cui risponde il cancelliere, si opporrebbe strenuamente a qualsiasi forma di sostegno, proprio perché provato dalla pandemia. Imporre prezzi più bassi alla Russia verrebbe invece percepito da tutti gli europei, tedeschi e non, come un'operazione politica utile, e soprattutto a costo zero.
Perché se proprio vogliamo, c'è anche un discorso di responsabilità. L'iperdipendenza della Germania, e di conseguenza dell'Europa, dalle forniture di gas russo, ha origine nella pressione fortissima che Berlino ha fatto affinché le riserve russe venissero collegate con i mercati europei. È ora di una nuova responsabilità, è ora di un cambiamento. Se non ora, quando? (riproduzione riservata)