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Il post di Michael Saylor su X
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Bitcoin nella trappola. Ce la farà a uscirne?

21 novembre 2025, 19:20 Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2025, 09:11

La criptovaluta crolla e rischia di scendere sotto 80.000 dollari. Ormai vendono anche gli investitori della primissima ora. Strategy nel mirino della speculazione: in gioco la permanenza nell’indice Msci

Un’ecatombe. Venerdì 21 novembre, in meno di 24 ore, il bitcoin è sceso sotto quota 90.000 dollari, accumulando perdite superiori al 10% fino a un minimo di giornata di 81.050 dollari. Perdite analoghe, se non superiori, per le altre criptovalute. Risultato: il market cap complessivo del settore è sceso sotto i 3.000 miliardi di dollari, assestandosi intorno ai 2.900 miliardi.

Il crollo del 10 ottobre

E dire che solo poco più di due mesi fa, il 6 ottobre, bitcoin aveva toccato il massimo di tutti i tempi a 126.080 dollari. Ma già il 10 ottobre il vento era cambiato, trasformandosi in tempesta. Colpa di Donald Trump che, tra la sorpresa generale, aveva annunciato dazi del 100% sulle importazioni cinesi, misura poi non attuata. Il bitcoin era crollato del 14-18%, passando in poche ore da un picco di circa 112.000-126.000 dollari a un minimo di 104.000-105.000 dollari. L'evento aveva portato alla liquidazione forzata di posizioni a leva per oltre 19 miliardi di dollari in sole 24 ore (con circa 7 miliardi evaporati nella prima ora), rappresentando il più grande deleveraging nella storia delle criptovalute. La capitalizzazione totale del mercato si era contratta di circa 350-370 miliardi di dollari.

Chiaramente un crollo del genere doveva avere delle conseguenze. E infatti, dopo qualche rimbalzo del gatto morto, il mercato è andato sempre più giù, fino al panico di venerdì 21 novembre. Che cosa lo ha innescato questa volta? Non c’è stata una causa evidente. Qualcuno ha parlato del calo delle aspettative di un taglio dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve a dicembre. Altri del massiccio stimolo economico annunciato dal governo giapponese che ha provocato un aumento dei rendimenti obbligazionari che non si vedeva da decenni. Altri ancora hanno invece puntato il dito proprio sul flash crash del 10 ottobre, che avrebbe messo in gravi difficoltà un imprecisato market maker, costretto ad aumentare le vendite forzate proprio il 21 novembre. Un po’ tutti hanno ricordato un numero: 74.430.

Il rischio Strategy

Strategy, la società di Michael Saylor, raccoglie capitale emettendo azioni e debito e lo usa tutto per investire in bitcoin: ne detiene 649.870 (è la società quotata che ne possiede di più al mondo) a un prezzo di carico proprio di 74.430 dollari.

Il gioco di Saylor, inizialmente vincente, è quello di offrire agli investitori, in particolare agli istituzionali, un’esposizione a Bitcoin tramite il titolo Strategy senza che essi abbiano bisogno di detenere direttamente la criptovaluta. Ma ora Strategy rischia di essere esclusa dall’indice Msci. Il prossimo 15 gennaio, infatti, la stessa Msci dovrà stabilire se le aziende che hanno come core business gli asset cripto devono essere classificate come «società» o «fondi».

Se Strategy venisse designata come «fondo», e tutto lo lascia pensare, sarebbe esclusa dall’indice Msci e quindi i fondi pensione con portafogli a gestione passiva, ovvero che replicano automaticamente gli indici come quelli di Msci, sarebbero costretti a vendere tutte le loro partecipazioni in Strategy. Se così fosse, secondo JPMorgan, i deflussi da Strategy potrebbero ammontare a 2,8 miliardi di dollari e raggiungere gli 11,6 miliardi di dollari se altri indici azionari, come il Nasdaq 100, seguissero l'esempio di Msci.

Se il prezzo della criptovaluta creata da Satoshi Nakamoto scendesse sotto il valore di carico di 74.430 dollari, Strategy potrebbe trovarsi con le spalle al muro e costretta a vendere parte dei suoi bitcoin, innescando così una corsa al ribasso delle quotazioni. Da inizio anno il titolo Strategy ha perso il 39,8%, il bitcoin il 7,2%. Perché mai un investitore dovrebbe preferirlo alla criptovaluta?

Strategy sembra proprio l’anello debole dell’ecosistema bitcoin. Chi vuole colpire la criptovaluta inventata da Satoshi Nakamoto deve colpire Strategy. La reazione di Saylor al crollo di venerdì 21? Postare su X un meme in cui impersona un esploratore polare, la cui nave è intrappolata fra i ghiacci. La sua ciurma è sullo sfondo e lo guarda storto, mentre lui mantiene uno sguardo fiero e sicuro di sé. L’immagine è capeggiata dalla scritta «Endure», resistete.

La delusione degli OG

Ma è chiaro che l’appello ai meme, sia pure accattivanti, da solo non basta. Anche perché non pochi esponenti di una razza speciale hanno già desistito: gli OG, ovvero gli original gangster, quegli investitori che hanno comprato il bitcoin agli albori, quando era ancora un progetto di nicchia conosciuto solo dai nerd e valeva al massimo 10 dollari. Costoro hanno resistito per 13 o 14 anni a tutte le folli oscillazioni della criptovaluta conservandola gelosamente e ora si ritrovano con decine o centinaia di milioni di dollari.

Ebbene, da qualche mese molti OG hanno cominciato a vendere buona parte dei loro bitcoin. Uno di loro, uno dei più grossi, è Owen Gunden, il 20 novembre li ha venduti tutti, incassando 1,3 miliardi di dollari. Perché lo ha fatto? Perché, è la tesi di qualcuno, da quando nel gennaio 2024 la Sec ha dato il via libera alla quotazione a Wall Street degli Etf spot sul bitcoin, la criptovaluta si è ormai istituzionalizzata, non sta più all’opposizione della finanza tradizionale, è diventata parte del sistema. E quindi il bitcoin è ormai un asset come un altro, di cui ci si può disfare senza battere ciglio. (riproduzione riservata)



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