Meglio non fare previsioni per il 2026, visto che quelle per il 2025 si sono rivelate clamorosamente sbagliate. Perché all'inizio del 2025, con Donald Trump appena eletto alla Casa Bianca e la sua promessa di fare degli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute, tutti erano convinti che entro la fine dell’anno il bitcoin sarebbe arrivato come minimo a 150.000 dollari. E invece il 6 ottobre ha toccato il nuovo record di tutti i tempi a 126.080 dollari, dopodiché è andato giù del 30% e ora fatica a riagganciare i 90.000 dollari. La performance del 2025 è stata negativa, -6%, cosa che non succedeva dal 2022, quando si era verificato un crollo del 64%, seguito dal rialzo del 156% nel 2023 e del 121% nel 2024.
Secondo la teoria dei cicli quadriennali, il nuovo massimo si verifica 15-18 mesi dopo l’halving, ovvero il dimezzamento della velocità con cui vengono creati nuovi bitcoin, che riduce l'offerta disponibile sul mercato. L’ultimo halving risale al 20 aprile 2024, quindi il record dello scorso ottobre è in linea con la teoria dei cicli. Ma finora l’anno post halving aveva sempre messo a segno una performance positiva per poi lasciare campo libero all’Orso l’anno successivo. Stavolta non è stato così, come si è visto nel 2025 si è verificato un ribasso del 6%, anticipando quello che sarebbe dovuto succedere nel 2026. Quindi la regola dei cicli non è stata rispettata. E se il ciclo quadriennale è saltato, allora è possibile che il 2026 registri una performance al rialzo.
Per chi non è bitcoiner sembrerebbero rimuginazioni assurde. Ma sono servite ad alleviare la delusione per il disastroso ultimo trimestre del 2025. Le cui cause non sono state individuate, cosa che ha aumentato il nervosismo dei bitcoiner. L’ultima spiegazione chiama in causa la politica: dopo essere stato approvato dalla Camera dei Rappresentanti, il Clarity Act, la proposta di legge che regolamenta il mercato delle criptovalute negli Usa, si è arenato al Senato. C’è il timore che non venga approvato prima di novembre, quando si terranno le elezioni di midterm. A quel punto l’iter legislativo ricomincerebbe da capo, con il rischio che almeno uno dei rami del Congresso finisca in mano ai democratici, tradizionalmente ostili alle critpovalute. Se così fosse la regolamentazione tornerebbe nel limbo o potrebbe addirittura diventare ostile, ostacolando così l’adozione del mondo cripto da parte della finanza tradizionale.
In realtà il processo di fusione tra i due settori sembra inevitabile in quanto la finanza tradizionale ha capito, almeno negli Usa, di avere bisogno delle tecnologie del settore cripto per fare un salto di qualità. Cosa che lascia l’amaro in bocca ai puristi del bitcoin perché si sono sempre proposti come alternativa radicale al sistema. Ma poco importa, gli investitori hanno un solo obiettivo: guadagnare. E l’unione tra i due mondi dovrebbe portare anche al rialzo del bitcoin. (riproduzione riservata)