Nuova massiccia svendita nel settore cripto, con Bitcoin che nella nottata di domenica 30 novembre è crollato da circa 91.300 dollari a quasi 87.000 dollari in sole tre ore, tornando ai livelli visti l'ultima volta durante la flessione di metà-fine novembre. L'intera capitalizzazione del mercato delle criptovalute è scesa del 4,5%, cancellando oltre 144 miliardi di dollari. Alle ore 13:50 la situazione era peggiorata: Bitcoin perdeva il 7% a 85.074 dollari (dopo aver toccato un minimo a 85.694 dollari), Ethereum il 7,2% a 2.807 dollari, Solana l’8,3% a 125,88 dollari.
Il crollo è stato accelerato dall'hacking del protocollo DeFi Yearn Finance, dove gli aggressori hanno prosciugato il suo pool di token yETH e inviato 1.000 Ethereum a Tornado Cash. La settimana scorsa c’era stato un altro attacco hacker al principale exchange di criptovalute sudcoreano Upbit.
Ma la situazione era già negativa a causa della situazione sui tassi in Giappone. Si tratta di un effetto a catena legato allo yen carry trade, una strategia che ha pompato liquidità nel mercato cripto per anni e ora si sta invertendo.
La Banca del Giappone (Boj) ha mantenuto i tassi al 0,25% nell'ultima riunione, ma il governatore Kazuo Ueda ha segnalato una possibile stretta a dicembre (probabilità al 50% sui mercati predittivi come Polymarket). Questo ha spinto i rendimenti sui bond giapponesi ai massimi da 17 anni: il rendimento sul titolo di stato giapponese a 2 anni si è impennato all'1,01% (il livello più alto dal 2008), con un balzo del +5,24% in un giorno solo. L'inflazione core stabile al 2,8% (sopra le attese) ha rafforzato l'idea di una fine dell'era dei tassi a zero, dopo anni di quantitative easing.
Per decenni, gli investitori (istituzionali giapponesi in primis) hanno preso in prestito yen a tassi vicini allo zero, li hanno convertiti in dollari e investiti in asset ad alto rendimento come azioni Usa, bond e cripto (Bitcoin in testa). Questo ha iniettato trilioni di liquidità globale, sostenendo il rally del Bitcoin, che lo scorso 6 ottobre ha toccato i massimi di tutti i tempi a 126.080 dollari.
Ora, con i tassi in rialzo lo yen ha guadagnato lo 0,4% sul dollaro (dollaro/yen a 155,49), rendendo i prestiti più cari da ripagare (costo effettivo fino al 13% con hedging). Gli investitori vendono asset rischiosi (come Bitcoin) per coprire i debiti in yen.
Circa 20 trilioni di dollari di posizioni si stanno riducendo, con vendite forzate su futures ed Etf. Questo ha liquidato oltre 150 milioni di dollari in long Bitcoin in poche ore.
Tutto questo sta avendo un effetto domino sulla liquidità mondiale: meno yen a basso prezzo si traducono in flussi minori verso le cripto, che sono molto sensibili alla liquidità.
Come ha dichiarato a The Block Rachael Lucas, analista di criptovalute di BTC Markets, «è più una questione di posizionamento che di fondamentali. Le probabilità di un taglio dei tassi Fed a dicembre sono salite a circa l'85%, ma il mercato lo aveva già scontato mesi fa durante il rally di settembre-ottobre».
Secondo l'analista, la propensione al rischio rimane limitata da «inflazione statica e chiacchiere sui dazi». Questa pressione macroeconomica, combinata con 3,5 miliardi di dollari di deflussi mensili dagli Etf Bitcoin a novembre e miliardi di dollari in posizioni lunghe con leva liquidate da metà novembre, ha alimentato quella che Lucas ha descritto come una «classica spirale di deleveraging». «Bitcoin si sta comportando come un asset ad alto rischio beta, ha bisogno di una vera e propria ondata di liquidità, non solo di un sussurro accomodante», ha sototlineato Lucas. (riproduzione riservata)