«Gli eurobond si possono emettere se c’è una garanzia. E la garanzia può essere solo un bilancio europeo più ampio. Avremo presto la discussione sul tema, ma mi sembra che tanti Paesi, inclusa l’Italia, siano contrari». Così Lorenzo Bini Smaghi, economista, già membro del board della Bce, ora presidente di Société Générale, sul tema cruciale degli eurobond, intervistato da Class Cnbc.
Domanda. Come si risolve questa contraddizione?
Risposta. Non si può essere a favore degli eurobond e poi dire che non si vogliono dare più risorse a Bruxelles per garantire l’emissione dei titoli. Merz ha detto di essere contro gli eurobond perché non può dare più risorse a Bruxelles, essendo impegnato in un grande piano di rilancio e spesa pubblica. Anche Italia e Francia vorrebbero eurobond, ma hanno vincoli fiscali e non possono privarsi di risorse per darle a Bruxelles. È uno strumento complicato da usare visti i vincoli di bilancio in tutti i Paesi. Non si può pensare di fare eurobond e che paghi qualcun altro: siamo noi che dobbiamo pagare le risorse, almeno per coprire gli interessi sul debito comune.
D. L’asse Italia-Germania in sostituzione del peso francese è possibile o è solo una narrazione mediatica?
R. Credo ci sia molta comunicazione politica. È giusto che sia così. È bene che l’Italia sia al centro di tutto questo, in un rapporto forte con la Germania e con la Francia, e forse con qualche altro Paese. Del resto, il legame Francia-Germania è stato uno degli elementi portanti dell’unificazione europea: entra in crisi, esce dalla crisi, ma alla fine non è sostituibile. Noi dobbiamo avere un rapporto diverso sia con la Francia che con la Germania e insieme creare proposte coerenti. Non si può dire «vado più con uno o più con l’altro: sarebbe una strategia perdente e non mi sembra quella che sta seguendo il governo.
D. Dal vertice della Sicurezza di Monaco al consiglio informale dei paese dei 27 ad Alden Biesen: è un’Europa più decisa?
R. Sono processi complicati. Fare dei passi avanti vuol dire decidere insieme e per farlo serve comportarsi come la Bce, che si riunisce un giovedì al mese e prende una decisione.
D. Quali sono gli effetti di questo modo di procedere?
R. Chi non è d’accordo accetta di essere in minoranza. Questo passaggio non è semplice su tematiche importanti. L’abbiamo fatto con la moneta unica, con il mercato unico, con la vigilanza e bisogna farlo su altri temi. Al Consiglio europeo ci sono stati grandi proclami, poi arriva la «sindrome del lunedì mattina», quando i dossier passano ai tecnici che spesso ostacolano. La burocrazia in Europa non è solo quella di Bruxelles, ma anche quella degli Stati membri che vogliono difendere le loro prerogative e i loro piccoli poteri. L’importante è essere efficienti nel meccanismo decisionale.
D. Ma almeno la consapevolezza che bisogna essere più indipendenti dagli Stati Uniti?
R. I Paesi europei hanno capito che quello che è successo in questo anno non nasce da un accidente della storia, ma è qualcosa che si è sviluppato nel tempo: un disimpegno americano nei confronti dell’Alleanza Atlantica, perché gli Stati Uniti hanno un’altra priorità, che è la competizione con la Cina. L’Europa deve difendersi da sola. Non vuol dire eliminare totalmente gli Stati Uniti, ma sostituirli progressivamente, come sta avvenendo, da quanto mi risulta, nelle strutture della Nato. Questo processo non sarà semplice, perché alcune attrezzature come satelliti e intelligence richiederanno tempo. Però quello è il percorso.
D. Come si può superare il freno dell’unanimità nelle decisioni? Avere un’Europa a più teste può essere la svolta?
R. Non credo sia questa la strada. Su alcuni temi non si può, come quelli legati al mercato unico, per esempio sulla tassazione. Basta che un Paese sia contrario in un mercato integrato per creare una distorsione enorme. Su tutto ciò che riguarda economia, mercato finanziario e tassazione bisogna decidere insieme e a maggioranza, altrimenti non si riesce. Se vogliamo fare un mercato dei capitali bisogna convincere il Lussemburgo e l’Irlanda, che sono le due piazze finanziarie dove oggi si trovano i più grandi asset manager del mondo. Se non ci sono loro, è inutile fare un mercato. Sui temi di sicurezza la coalizione dei volenterosi deve essere coerente nel tempo. (riproduzione riservata)
Ha collaborato Giulia Venini