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Berlusconi, in trent’anni incassati oltre 2 miliardi di dividendi Fininvest. Il ruolo di Mediaset
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Berlusconi, in trent’anni incassati oltre 2 miliardi di dividendi Fininvest. Il ruolo di Mediaset

22 aprile 2024, 02:21 Ultimo aggiornamento: 11:02

Prima dell’ascesa dei big dello streaming, prima del progetto paneuropeo di un polo broadcasting, e prima anche delle battaglie con Vivendi, c’era un imprenditore con una visione chiara: rompere il monopolio Rai e dare vita a una tv commerciale, con l’intrattenimento al centro del progetto. Non si può negare che il senso dello spettacolo, dei colpi di scena, Silvio Berlusconi lo avesse innato. E l’annuncio della sua avventura televisiva ne è la prova: una sera a metà degli anni ‘70 età riunisce i suoi più stretti collaboratori e annuncia semplicemente «da domani ci occupiamo di televisione». Il resto è stora. Letteralmente. Quella di un imprenditore, «Sua Emittenza» come veniva chiamato agli inizi dell’avventura televisiva, prima di diventare il Cavaliere o «il Dottore», come lo chiamano i suoi manager.

La ricchezza di Fininvest per i Berlusconi

Partito come costruttore edile dagli anni ‘70, è riuscito a erigere un impero mediatico e finanziario come mai prima di lui in Italia, diventando uno degli uomini più ricchi del mondo e, ovviamente, d’Italia. Nel club dei miliardari di Forbes la famiglia Berlusconi è accreditata di 6,8 miliardi di patrimonio. Un salto quantico rispetto agli inizi degli ‘90 – e alimentato anche dall’incremento dei valori di borsa delle società controllate e dai dividendi che da queste risalgono verso l’alto.

In base a quanto già calcolato da MF-Milano Finanza sulla base dei dati di bilancio rielaborati dalle ricerche di R&S di Mediobanca, Berlusconi - e da un certo momento in poi anche i suoi figli - ha incassato cedole pari a 2,5 miliardi di euro. Praticamente circa 85 milioni di media all’anno per 30 anni. La ricchezza, come molti ricordano è iniziata con il mattone della Edilnord con la quale ha creato Milano 2 e poi Milano 3, per poi proseguire con Fininvest, la finanziaria costituita nel 1978 e che ha sotto di sé i gioielli di famiglia: oltre al mattone, Mediaset (Mfe-MediaForEurope) con la relativa raccolta pubblicitaria, Mediolanum, la Mondadori, prima il Milan e poi il Monza Calcio, prossimo a far entrare tra gli azionisti il fondo italiano Orienta Capital Partners.

Come gli eredi Berlusconi controllano Fininvest

Sopra Fininvest ci sono alcune holding di controllo. Dapprima intestate solo all’ex premier e poi, a partire dal 2005, oggetto di un riassetto in cui sono entrati gli eredi: da una parte i figli Marina e Pier Silvio, dall’altra Luigi, Barbara e Eleonora avuti dal secondo matrimonio. Originariamente le scatole di controllo di Fininvest erano 38 e poi sono state ridotte a 22, salvo poi prendere l’assetto più recente con Holding Italiana, Prima, Seconda, Terza e così via. Dal 2005 l’assetto viene razionalizzato scendendo da 22 scatole societarie alle attuali 7. Quelle che tuttora governano l’impero Fininvest. Le Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava che fino a prima della successione facevano capo al 100% al Cavaliere e insieme possedevano il 61,2% della capogruppo. Poi c’erano le quote di Marina e Piersilvio, pari al 7,65% ciascuna, raggruppate nelle Holding Italiana Quarta (Marina) e Quinta (Pier Silvio), arrivando poi ai figli più giovani del Cavaliere Barbara, Eleonora, Luigi in quote proporzionali che sono raccolte da Holding Italiana Quattordicesima, che deteneva il 21,42% della Fininvest.

Il nuovo assetto

Lo scorso luglio, con l’apertura dei tre testamenti, gli assetti sono nuovamente cambiati: al timone, in maniera congiunta, sono saliti Marina e Pier Silvio. Gli eredi, a differenza di quanto visto recentemente con altre successioni dorate, hanno deciso di accettare le volontà paterne senza beneficio di inventario, a testimonianza della visione condivisa. Così, si è ufficializzato l’asse Marina-Pier Silvio, che detengono insieme il 52% di Fininvest – come effetto della posizione di comando assunta nei quattro veicoli a monte del Biscione che furono del padre e che controllano il 61,21% di Fininvest. Ciascuno dei due figli nati dal matrimonio dell'ex premier con Carla Elvira Dall’Oglio controlla ora il 29% (il 58% congiuntamente) delle finanziarie Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava, mentre Barbara, Eleonora e Luigi hanno il 14% ciascuno (il 42% assieme), che corrisponde al 48% di Fininvest da dividere equamente per tre (16% ciascuno).

Quanto è fruttata l’ipo Mediaset

Nonostante le molte partecipazioni e i diversi business della holding di famiglia, la fortuna di Fininvest – tirando le somme – non si può staccare dalla creazione di Mediaset. Al momento della discesa in campo, nel 1994, Fininvest non era messa bene. Faceva utili per 11 miliardi di lire, equivalenti – con un cambio lira-euro attualizzato – a poco più di 9 milioni. Aveva un capitale netto per 1.450 miliardi di lire e aveva un alto livello di debiti: 4.385 miliardi, praticamente a tre volte il patrimonio netto, dei quali a breve quasi 2.400 miliardi. Ma soli quattro anni dopo, in seguito alla complessa operazione di quotazione in borsa di Mediaset e di Mediolanum, che nel 1996 aveva salvato il gruppo, la situazione finanziaria e patrimoniale si era invertita. Le due ipo fecero incassare oltre 1.100 miliardi delle vecchie lire. Nel 1997 Fininvest si ritrovò così con debiti finanziari ridotti a circa l’80% del capitale netto. E anche gli utili esplosero: tra il ’95 e il ’98 furono di circa 1.500 miliardi cumulati. Una progressione evidente, che porta già nel 2001 Fininvest a presentare una redditività importante: gli utili pre-tasse viaggiano al 10% dei ricavi; il capitale netto si attesta a 2,74 miliardi di euro; il debito finanziario a 2,5 miliardi. Insomma, sempre meno leva e profittabilità più che buona. Gli anni successivi confermeranno il trend che si vede ancora oggi. Del resto Fininvest poggia da anni su solide basi. Nel 2022 il Biscione vantava un patrimonio netto di 4,5 miliardi, 3,82 miliardi di ricavi, 248,4 milioni di risultato operativo e 200 milioni di utile netto.

La nascita di Mfe e il boom di profitti

Risultati ottimi che arrivano sicuramente dalla partecipazione in Mediolanum e dalla controllata Mondadori, da tempo tornata in utile e al centro di una forte campagna acquisti con il libro al centro, ma che affondano le radici sui successi di Mfe, come è stata ribattezzata Mediaset nel 2021, a seguito della pace siglata con l’azionista francese Vivendi, dando vita al nuovo corso del gruppo, ora teso a creare una grande piattaforma paneuropea di contenuti tv (ma con un occhio sempre alla raccolta pubblicitaria). La tv generalista da tempo non gode più dei fasti riservateli prima dell’avvento delle piattaforme streaming. Eppure, in un settore che a molti era sembrato sull’orlo del baratro, Mfe – sotto la guida di Pier Silvio Berlusconi – ha continuato a macinare profitti e a innovare. La prova arriverà il 18 aprile, quando saranno diffusi i risultati 2023 del gruppo di Cologno. Ma già a inizio anno, in un incontro con la stampa, Berlusconi aveva anticipato di contare di chiudere l’anno che si era appena chiuso con profitti superiori ai 217 milioni di euro.

Il lavoro sulle sinergie

Nessuna bacchetta magica, ma lavoro sulle sinergie e sui contenuti. In primo luogo, un certo beneficio è arrivato con la fusione della controllata iberica Mediaset España (primo vero tassello del maxi-polo), che è riuscito – insieme al lavoro del management – a combattere contro un livello di costi in crescita, causato da inflazione e rialzo dei tassi, che ha fatto il paio con un mercato pubblicitario stimato in calo in Italia e ancor di più in Spagna. Ma anche dai problemi creati dalla partecipata tedesca ProsiebenSat, che ha dovuto azzerare del tutto i dividendi (che a Mfe avevano fruttato circa 40 milioni l’ultima volta). Conti alla mano, aveva spiegato Berlusconi, il gruppo di Cologno ha dovuto iniziare l’anno con un “ammanco” di quasi 90 milioni rispetto all’anno prima.

La crescita dell’utile va avanti dal 2017

Nel caso di Mfe, comunque, i profitti del 2023 allungano una striscia positiva che dura dal 2017 – l’ultima perdita risale al 2016, per via del mancato acquisto della pay-per-view da parte di Vivendi che aprì un lungo contenzioso – e che ha visto cumulare utili per oltre un miliardo in sette anni, con una redditività operativa, secondo le attese degli analisti, che sarebbe sopra l’11%, un livello da fare invidia a tutto il settore in Europa. Mfe vanta un ebit margin dell’11,5%, più alto di due punti percentuali rispetto a quello del colosso Rtl, mentre la Itv britannica si ferma a poco sotto il 9%. Sostanzialmente, una profittabilità operativa più elevata ce l’ha solo la francese Tf1, che realizza un ebit pari al 13% dei ricavi.

La capacità di dimostrare con i fatti una certa abilità gestionale potrà tornare utile a Mfe nel suo dialogo con gli altri player europei per costruire un maxi-polo capace di macinare profitti e, di conseguenza, di crescere (non solo sopravvivere) oltre l’avanzata di Netflix & co. E continuare a tracciare quella linea partita nel ‘76, da un piccolo condominio di Milano 2 dove due anni prima era nata Telemilano. (riproduzione riservata)



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