Al suo interno la Bce in questi giorni sembra impegnata a discutere degli emolumenti della presidente Christine Lagarde, la quale percepisce un trattamento complessivo di 741 mila euro composto da uno stipendio base di 466 mila euro più benefit per 135 mila euro e da emolumenti per 140 mila euro erogati dalla Bri, del cui consiglio di amministrazione fa parte.
Ciò ha sollevato critiche sulla stampa e da parte di dipendenti che hanno rilevato la differenza per l'obbligo a cui essi sono tenuti di non ricevere emolumenti da soggetti diversi dalla Bce e la posizione della presidente.
Quest’ultima però ha precisato che la disciplina normativa ed economica del personale non si applica a lei e che comunque la partecipazione al predetto consiglio comporta un lavoro di preparazione e un impegno che vanno remunerati.
I trattamenti dei vertici delle banche centrali sono diversificati. Non è facile stabilire comparazioni, per la diversità della loro storia e degli importi che concorrono a formarli, né vale citare sempre il trattamento del presidente della Federal Reserve, inferiore a quello di Lagarde, perché, come si è visto con i predecessori, principalmente se non esclusivamente a motivo della carica ricoperta e della notorietà acquisita, dopo la fine del mandato, questi conseguono remunerazioni elevate per la partecipazione a convegni ed eventi vari.
D’altro canto, se si fa un raffronto con i compensi di un amministratore delegato anche soltanto di una banca media, con un lavoro che richiede ovviamente un impegno di diversa responsabilità e contenuto professionale, si può dedurne che il trattamento complessivo di Lagarde non è poi così straordinario. Semmai va valutato se il trattamento economico dei dipendenti sia adeguato o no.
Ciò non significa che non si debbano fare, anche a livello dei vertici, passi avanti sul piano dell’onnicomprensività e della trasparenza, ma tenendo conto della diversa qualità degli impegni e delle funzioni e finalità differenti delle istituzioni in cui si presta la propria opera.
Ma la base, impegnata sul versante della sdrucciolevole valutazione critica del trattamento di Lagarde, non ha invece detto alcunché sulla questione, questa sì di particolare rilievo, dell’ondeggiamento che è apparso nella posizione della presidente sul completamento o no del mandato: questione che ora appare essersi chiusa con alcune rassicurazioni della stessa Lagarde, che però non sono ritenute determinanti, tanto che diversi osservatori continuano in chiave dubitativa a scriverne sui media.
Questa sarebbe invece una posizione da assumere, essendo la stabilità del vertice interesse del sistema, dell’Unione, dei partner comunitari, ma ovviamente anche di chi lavora, dell’istituto. Invece si tace e ci si concentra sugli emolumenti. Così come sarebbe da attendersi una posizione dei sindacati sull’introduzione dell'euro digitale che domani torna all'esame dell’Europarlamento con la valutazione dei relativi regolamenti.
L’orientamento sarebbe quello di discutere prima della regolamentazione dell'adozione offline di questa nuova forma della moneta unica. Naturalmente bisognerà stare in guardia perché non ricompaia la vecchia tesi dell'introduzione prima dell’offline e solo dopo un certo tempo dell’online, in precedenza giustamente bocciata e a cui magari terrebbero gli intermediari operanti nel sistema dei pagamenti e dei cripto asset.
Poi occorrerà un regolamento che affronti i profili essenzialmente giuridici della nuova forma monetaria, dei rapporti con i portatori della stessa, dell’inquadramento, con elementi distintivi, nella normativa sulle banconote cartacee, della tutela dell'affidamento. È sperabile che l’interesse di chi ha sollevato la questione della remunerazione della presidente non resti confinato a quest'ultima. (riproduzione riservata)