Nei giorni scorsi Bancomat ha stupito tutti annunciando l’intenzione di lanciare entro la fine dell’anno prossimo una stablecoin in euro, provvisoriamente battezzata Eur-Bank. Un vero e proprio atto di coraggio, visto che la quasi totalità delle stablecoin in circolazione è ancorata al dollaro in un rapporto di parità: secondo un report della Bce siamo addirittura al 99%. Le più diffuse al mondo sono Usdt, emessa da Tether, società che ha sede in El Salvador ma il cui maggiore azionista, cofondatore e presidente è Giancarlo Devasini da Casale Monferrato e il cui ceo è Paolo Ardoino, da Cisano sul Neva in provincia di Savona.
Usdt ha una capitalizzazione di mercato 183,3 miliardi di dollari. Segue Usdc con 76 miliardi di market cap, emessa dall’americana Circle, che si è quotata al Nyse lo scorso 5 giugno. Tutte le altre seguono a enorme distanza. Si può dire che il mercato delle stablecoin ancorate al dollaro Usa al momento vale più di 260 miliardi di dollari. E secondo gli analisti di Citi entro il 2030 potrebbe valere addirittura fra i 1.900 e i 4.000 miliardi di dollari. E in Europa? Per ora siamo solo intorno ai 350 milioni di euro. Briciole. Ma poiché nella zona euro abitano circa 346 milioni di persone, si tratta di un mercato ancora vergine. Chi si muove per primo può guadagnare molto.
Ma che cosa sono le stablecoin? Prima di tutto bisogna sapere che non sono state inventate da una singola persona, ma sono il risultato di un'evoluzione nell'ecosistema delle criptovalute, guidata dalla necessità di riuscire a gestire la volatilità tipica di bitcoin e delle altre cripto. La prima ad avere avuto successo è stata Usdt, lanciata nel 2014 da Tether. L’esigenza immediata era quella di rispondere alle richieste degli arbitraggisti.
All’epoca bitcoin aveva una volatilità ancora più alta di quella attuale e i prezzi fra le varie borse di criptovalute variavano molto. Si trattava quindi di sfruttare i fusi orari per comprare (o vendere) bitcoin negli Stati Uniti e vendere (o comprare) sui mercati asiatici. Ma c’era l’ostacolo delle banche tradizionali, che non consentivano di fare da ponte alle transazioni in criptovalute o se lo facevano erano comunque troppo lente per soddisfare le necessità degli arbitraggisti: per loro ogni millesimo di secondo è vitale. Ed ecco l’idea geniale: si inventa un token dal valore stabile, ancorato al dollaro con un rapporto di parità, e lo si fa girare su una blockchain (all’inizio quella di ethereum, oggi se ne usano anche altre come Solana, Tezos, Ton e Tron).
Esempio pratico: l’investitore Giacomo manda 10 dollari a Tether, che in cambio gli consegna 10 Usdt. Con questi Usdt Giacomo si compra una frazione di bitcoin dove vuole, in maniera istantanea. Quando, grazie alle sue operazioni di trading su bitcoin, gli Usdt diventano 12, Giacomo li manda a Tether, che in cambio gli dà 12 dollari. Nel frattempo Tether ha investito i 10 dollari inizialmente ricevuti in titoli di Stato Usa e così ha la liquidità necessaria per fare fronte alle eventuali richieste di riscatto di Giacomo e ci guadagna pure qualcosa (nei primi nove mesi dell’anno Tether ha registrato un utile netto di oltre 10 miliardi di dollari).
Come ha spiegato il consulente della Bce Jürgen Schaaf, «l'attrattiva originaria delle stablecoin risiedeva nel fatto che consentivano agli utenti di spostarsi rapidamente tra diverse criptovalute e di inviare denaro oltre confine (ad esempio per le rimesse) senza utilizzare il sistema bancario tradizionale».
Ma ormai sono passati 11 anni dal lancio di Usdt e soprattutto qui siamo in Europa. Così è arrivata la regolamentazione (la Mica), che è diversa da quella Usa. Perché nel Vecchio Continente si vuole difendere il ruolo delle banche. Mentre negli Stati Uniti si enfatizza che le stablecoin siano garantite da titoli di Stato Usa con scadenza inferiore a 93 giorni, nel Vecchio Continente, invece, l’accento viene messo sul fatto che gli emittenti di stablecoin depositino presso le banche della zona euro almeno il 60% delle loro riserve.
Ardoino si è rifiutato di farlo perché secondo lui concentrare una quota così elevata delle riserve in depositi bancari tradizionali creerebbe un «massiccio rischio sistemico». In caso di una corsa ai rimborsi da parte dei detentori di stablecoin, secondo Ardoino, le banche coinvolte potrebbero non avere sufficiente liquidità per far fronte alle richieste, causando potenzialmente il fallimento simultaneo sia della banca che della stablecoin stessa.
Non ha questo timore Fabrizio Burlando, il ceo di Bancomat, tutto concentrato sulla zona euro. Ma il suo obiettivo è quello di far usare il bancomat alla casalinga di Voghera per spingerla a investire in bitcoin? Assolutamente no, c’è ben altro. La ciccia sta tutta nelle transazioni transfrontaliere.
Come ha spiegato Gabriele Sabbatini, il ceo di Hercle che collabora con Bancomat nell'operazione Eur-Bank, quando un trader di materie prime regola 30 milioni di dollari per spedizioni di cereali dal Brasile o una società di pagamenti trasferisce 50 milioni di dollari in bonifici dei clienti, si trova di fronte a una scelta: il sistema bancario tradizionale richiede 3-5 giorni per il regolamento, mentre utilizzando le stablecoin il 90% di queste transazioni viene completato in meno di cinque minuti, a costi molto più bassi. Per qualcuno è una rivoluzione, per altri è una catastrofe. (riproduzione riservata)