Dopo che per oltre 40 anni la Mediobanca di Enrico Cuccia era stata il perno degli equilibri finanziari, il primo passo verso un sistema bancario multipolare in Italia fu compiuto proprio 35 anni fa. Tutto ebbe inizio nell’autunno del 1989 quando il Credit Agricole entrò nel mercato italiano, consentendo a Giovanni Bazoli di rompere l’assedio di Enrico Cuccia al Nuovo Banco Ambrosiano. La cronaca di quei giorni, dettagliatamente riferita da Carlo Bellavite Pellegrini nel suo Una Storia Italiana, parla di un incontro riservato tra Bazoli e la dirigenza dell’Agricole a margine di una riunione annuale del Fondo Monetario e di una rapidissima trattativa sfociata nell’ingresso della banca francese nell’Ambrosiano.
Un blitz che mandò a monte il piano di Cuccia di scardinare il patto di sindacato e dirottare l’istituto di piazza Ferrari verso la Comit. Qualche anno dopo fu ancora l’Agricole a fare da scudo di fronte a un nuovo assalto di Mediobanca, cioè l’opa selettiva della Comit nel corso della quale i francesi offrirono una preziosa sponda a Bazoli. Ancora oggi molti ex dirigenti di Intesa ricordano bene la special relationship con l’Agricole, arrivata a piena maturazione al termine degli Anni Novanta quando proprio un francese, Christian Merle, divenne co-amministratore delegato insieme a Lino Benassi e la simbiosi tra le due banche sembrava destinata a farsi sempre più stretta. Forse troppo stretta, se è vero che nella fusione con il Sanpaolo molti lessero un tentativo di arginare le ambizioni dei francesi.
«La fusione del 2006 va letta anche in ottica difensiva, di Intesa verso l’Agricole e del Sanpaolo verso il Santander», si confida oggi un osservatore di quella vicenda, precisando comunque che «se tra Sanpaolo e Santander la rottura fu totale, tra Intesa e Agricole la separazione fu gestita in maniera consensuale direttamente dal ceo Corrado Passera». Nel frattempo, in poco più di dieci anni, il sistema bancario aveva cambiato volto. Sotto la regia di Bazoli e di Giuseppe Guzzetti, prese forma il gruppo Intesa, mentre il giovane banker romano Andrea Orcel contribuì con due power broker di razza come Paolo Biasi e Fabrizio Palenzona alla nascita di Unicredito.
Protagonisti di quella stagione furono le fondazioni che blindavano il capitale delle maggiori banche italiane: basti pensare che nel 2002 gli enti detenevano circa il 40% di Unicredit con Crt (14,5%) e Cariverona (13,3%) capofila, mentre in Intesa Cariplo e Cariparma controllavano il 15% e nel San Paolo Imi la Compagnia, Carisbo e Cariparo possedevano il 33%. Per non parlare di Mps, di cui Fondazione Montepaschi aveva in pugno quasi il 70%. Un peso specifico che faceva la differenza in molte partite.
Lo si vide con chiarezza nel 2003, quando tutte le grandi fondazioni affiancarono l'Unicredit di Alessandro Profumo nella scalata alle Generali. Dopo fulminei e vorticosi acquisti il fronte si portò molto vicino alla quota detenuta da Mediobanca, il cui ceo Vincenzo Maranghi era l'obiettivo degli scalatori. La ragione? Al delfino di Enrico Cuccia si rimproveravano un'autoreferenzialità ormai indifendibile e soprattutto relazioni troppo strette con l'establishment finanziario francese. Relazioni che prima o poi sarebbero potute sfociare in un raid sulle Generali. Da Cariverona a Cariplo, dalla Compagnia alla Crt (quest'ultima però più defilata delle altre), le fondazioni scesero in campo alla parola d'ordine di «italianità», contribuendo a imprimere una svolta agli assetti di potere nel sistema bancario.
Poi il mondo è cambiato. Sono bastate due crisi internazionali come quella del 2008 e quella del 2012 per ridisegnare in profondità le geografie del sistema bancario italiano. Mediobanca ha cambiato pelle grazie alla strategia del ceo Alberto Nagel che ha liquidato gran parte delle partecipazioni societarie, conservando solo quel 13% di Generali da cui deriva ancora una significativa quota di profitti. Sotto la guida di Carlo Messina Intesa ha guadagnato e difeso il primato in molti ambiti, a partire dal wealth management che negli ultimi anni è stato la fucina dei ricavi del gruppo.
Dopo una fase di appannamento anche Unicredit si è rimessa in movimento e, sotto la guida di Orcel, ha compiuto un salto inatteso in termini di ricavi, profitti e capitalizzazione. Ma, secondo banker ed analisti, la sorpresa dei prossimi anni potrebbe arrivare dalle banche medie. In molti infatti scommettono che dalla privatizzazione del risanato Montepaschi possa prendere forma il terzo polo del credito. In regia potrebbe essere il ceo di Banco Bpm Giuseppe Castagna oppure il presidente di Unipol Carlo Cimbri. (riproduzione riservata)