L’indice Msci Emerging Markets è composto oggi per poco più di un quarto della sua capitalizzazione da azioni cinesi. Un quinto è attribuito ai titoli indiani, un 18% all’azionario taiwanese, un 10% alla Corea del Sud e quasi il 5% al Brasile. Il residuo 20% se lo spartisce una pletora di Paesi che vanno dal Messico alla Turchia, dalla Repubblica Ceca alla Polonia all’Arabia Saudita.
Che senso ha questo giro del mondo tra i mercati azionari? Semplice: investendo in un indice (o in un fondo) sui mercati emergenti ci si può esporre alla Cina e alla sua corsa, ma senza fare all-in sulla ripresa del Dragone. Numeri alla mano, una scommessa di questo tipo nel medio-lungo periodo è stata premiante.
La classifica elaborata da Fida riporta i cinque migliori fondi e i cinque migliori Etf sui mercati emergenti, ordinati per rendimento da inizio anno. Le loro performance si aggirano in un range che va dal 21,5% al 26%: un po’ più basso dei comparti di investimento focalizzati solo sul Dragone, ma se si allarga l’orizzonte al medio-lungo periodo, cinque anni, ci sono alcuni prodotti di investimento che arrivano a sfiorare il 50% di performance. Quelli incentrati solo sul mercato cinese, nello stesso orizzonte, perdono in media il 3,3% (articolo nella pagina a fianco). Il tutto con commissioni di gestione, va detto, un po’ più alte rispetto ai comparti azionari cinesi: commissioni che possono arrivare, per i fondi attivi, anche al 2% .
La classifica Fida censisce tipologie variegate di prodotti di investimento. Si va da quelli focalizzati sulle aziende a grande capitalizzazione a quelli che cercano perle tra le mid e small cap, passando per i mercati di frontiera: quei Paesi non ancora classificabili come emergenti ma che sono ben avviati a conseguire questo status nel giro di poco tempo. Rientrano nel novero, ad esempio, l’Argentina, la Tunisia, il Vitenam, la Nigeria, il Kazakistan, la Serbia.
I mercati emergenti peraltro fanno sempre più gola ai gestori, anche a quelli che servono i clienti del private banking: un sondaggio di Aipb, associazione di categoria del settore, ha mostrato che il 55% dei money manager dei grandi patrimoni sta sovrappesando l’area. La stessa percentuale di gestori che sovrappesano gli Stati Uniti, ma con una differenza: nessun professionista degli investimenti sta contestualmente sottopesando gli emergenti, mentre la percentuale di chi sta riducendo la sua esposizione agli Usa è del 20%.
«I titoli azionari dei mercati emergenti sono più eterogenei che mai, anche se vengono considerati come un'unica asset class», si legge in un recente commento del team Cee e Global Emerging Markets di Raiffeisen Capital Management. «Le economie esportatrici di materie prime, ad esempio, si comportano in modo molto diverso da Paesi come la Cina o l'India». Proprio l’India, la cui borsa macina ormai da tempo massimi storici, sta diventando la nuova meta prediletta degli investitori. «A differenza della Cina, l'India viene corteggiata come partner da Washington», spiegano da Raiffeisen. «Finora, tuttavia, è riuscita a mantenersi indipendente e ha mantenuto aperte relazioni economiche lucrative con quasi tutti». Quest’anno invece i mercati più deboli sono stati quelli dell’America Latina (sia il Messico sia il Brasile figurano in coda nel ranking degli indici mondiali) «a causa dei possibili rischi legati alle elezioni presidenziali statunitensi».
C’è poi tutto un filone degli emergenti che riguarda gli Stati dell’Europa orientale. L’indice della borsa di Budapest, solo per fare un esempio, da inizio anno guadagna quasi il 23%, e ha anche aggiornato i massimi storici. «Attualmente i mercati dell'Europa centrale e orientale si collocano a metà strada tra India, Cina e America Latina», proseguono da Raiffeisen. «Se da un lato non hanno il grande vantaggio demografico e lo slancio di crescita dell'India dall’altro possono vantare una maggiore certezza del diritto e migliori infrastrutture». Inoltre, proseguono, «il loro legame con l’Ue garantisce una maggiore stabilità finanziaria. D'altro canto, sono attualmente gravati dal conflitto in Ucraina e dalla loro vicinanza geografica alla Russia». (riproduzione riservata)