Studi legali in borsa? Lca sarebbe il primo esempio italiano ma non a livello europeo. In questo settore è l’Inghilterra a fare scuola. Tutto ha avuto inizio con il Legal Services Act del 2007, quando per la prima volta gli studi legali hanno potuto convertirsi a struttura aziendale alternativa.
A quotarsi per primo a Londra nel 2015 era stato lo studio britannico Gateley, che aveva raccolto 30 milioni. La sua capitalizzazione di mercato oggi è di 160 milioni di sterline. Avevano poi seguito la stessa strada Keystone Law Group e Knights Group, ottenendo risultati anche migliori: 50 milioni di sterline la raccolta di Knights, che oggi ha una capitalizzazione di mercato di quasi 108 milioni. Sempre nel 2018 è toccato a Rosenblatt Solicitors che ha portato a casa una raccolta di 43 milioni. A fare ancora più rumore era stata, nel 2020, l’ipo dell’inglese Dwf (all’epoca rumors suggerivano che anche Fieldfisher stesse valutando la quotazione) che aveva registrato una raccolta di 95 milioni e una capitalizzazione di 370 milioni di sterline (seppur il valore ipotetico era sopra i 600 milioni). Nel 2023 però il colosso di Manchester aveva deciso di accettare l’acquisizione finalizzata al delisting da parte di Inflexion Private Equity per oltre 340 milioni di sterline.
Ma perché uno studio legale dovrebbe quotarsi? Per le stesse ragioni per cui lo farebbe un’azienda. Con l’ipo lo studio legale può raccogliere una somma importante di denaro, senza dover far ricorso al debito o contare sul capitale dei partner. Nonostante questo le controversie sul tema non sono poche. Nonostante il business della consulenza legale generi margini importanti, continua a dipende da un bene intangibile: il capitale umano. Una variabile difficile da quantificare, così come da confrontare e da valutare all’interno del mercato azionario. (riproduzione riservata)