??????Automotive e farmaceutica sono industrie che hanno diversi tratti in comune. Sono nate tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e molti dei brand fondati allora sono ancora tra quelli più noti oggi. Ma al tempo stesso sono settori estremamente innovativi, come dimostrano gli elevati investimenti in ricerca e sviluppo, tra i più alti del manifatturiero. Il motivo per il quale ne parliamo qui deriva però da un’altra coincidenza: rappresentano da oltre un secolo e ancora oggi due pilastri assoluti della produzione made in Europe. Tuttavia entrambi, come emerge dal rapporto dell’Istituto per la Competitività (I-Com) presentato in Parlamento europeo a Bruxelles, sono sempre più a rischio di soccombere nella partita competitiva con altri Paesi. Con la Cina nel caso dell’automobile, con gli Stati Uniti ma in prospettiva anche qui sempre di più con la superpotenza asiatica in quello del farmaco.
Se questo dovesse accadere sarebbe difficile continuare a parlare di industria europea e forse ogni discorso attuale e futuro sulla competitività risulterebbe poco più che vuota retorica.
Tra i due settori l’automotive è certamente quello in maggiore difficoltà, oltre a essere dimensionalmente più grande, con 707 miliardi di euro di valore della produzione, 13,6 milioni di occupati diretti e indiretti nonché 84,6 miliardi di euro di spese annuali in ricerca e sviluppo, poco più di un terzo del totale degli investimenti privati nel campo in Europa. In soli due anni, dal 2023 al 2025, l’export è crollato da quasi 170 miliardi a poco più di 140 miliardi. E il peggio potrebbe arrivare.
Il trend della farmaceutica, se depurato da una domanda che, al contrario dell’automotive, è in forte crescita, sembra incanalato nella stessa direzione. È vero che l’export è più che raddoppiato nell’ultimo decennio ma tra il 2013 e il 2023 è crollata dal 22% al 12% la quota di studi clinici condotti in Europa. Con una spesa complessiva di 52,4 miliardi di euro il settore è uno dei maggiori investitori nella ricerca europea ma la cifra, pur molto significativa, è meno della metà rispetto a quella statunitense.
Entrambi gli ambiti industriali scontano una regolamentazione sempre più pervasiva, in gran parte di derivazione Ue, nonché una forte dipendenza delle componenti di base da Paesi terzi e costi dell’energia tra i più elevati al mondo. Con una specificità in più per la farmaceutica: con l’entrata in vigore negli Usa della clausola della Most Favoured Nation che lega il prezzo di rimborso dei farmaci ai benchmark più bassi in ambito Ocse, i lanci di nuovi farmaci in Europa nei primi dieci mesi di applicazione sono crollati del 35%. Con l’Italia, dove il calo ha raggiunto il 66,7%, particolarmente esposta, con impatti per i pazienti oltre che per la competitività.
A fronte di questo quadro estremamente preoccupante c’è da chiedersi cosa fare. Innanzitutto, la logica economica vorrebbe che si rimuovessero o quantomeno allentassero i fattori di costo che ci siamo auto-imposti. Da una regolamentazione asfissiante a una decarbonizzazione che, come rileva il rapporto I-Com, ha portato al momento ad aggiungere al parco macchine tradizionale auto elettriche in percentuale poco più che irrilevante. E che nel frattempo ha però moltiplicato i costi dell’energia, sommata alla dipendenza estera e a un mercato interno molto lontano dall’essere unico.
Ma sia nel settore automotive che in quello farmaceutico, accanto a misure di questo tipo e che incoraggino con intelligenza strategica il made in Europe, è innanzitutto necessario lavorare per ridurre il gap di investimento, a partire dalla ricerca e innovazione. Mettendo in campo capitali pubblici e privati adeguati, anche grazie all’Unione dei risparmi e degli investimenti. Ma con il senso di urgenza di chi è nel mare e sta letteralmente per affogare, non di chi è comodamente seduto dietro una scrivania. (riproduzione riservata)
*presidente dell’Istituto
per la Competitività (I-Com)