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Asia, Nikkei sopra 70.000: la BoJ alza i tassi all’1%. Cina debole, deludono vendite al dettaglio e investimenti fissi
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Asia, Nikkei sopra 70.000: la BoJ alza i tassi all’1%. Cina debole, deludono vendite al dettaglio e investimenti fissi

16 giugno 2026, 07:35 Ultimo aggiornamento: 07:45

La Banca del Giappone aumenta i tassi di 25 punti base, come previsto. La Reserve Bank of Australia li lascia invariati. In Cina vendite al dettaglio -0,6% su base annua a maggio e investimenti in beni fissi nel periodo gennaio-maggio -4,1%

Borse asiatiche contrastate dopo le decisioni sui tassi d’interesse da parte della Banca del Giappone (BoJ) e della Reserve Bank of Australia (Rba). Il listino sudcoreano ha registrato la performance migliore, sostenuto dal prolungamento del rally dei produttori locali di semiconduttori e dei titoli tecnologici. Al contrario, i mercati di Hong Kong e della Cina hanno sottoperformato dopo la pubblicazione di una serie di dati macroeconomici deboli.

I mercati asiatici hanno beneficiato del sentiment positivo di Wall Street, che lunedì 15 giugno ha chiuso la seduta in forte rialzo grazie all’ottimismo per un possibile accordo di pace tra Stati Uniti e Iran. Inoltre SpaceX ha continuato a guadagnare terreno (+19,6%) dopo l’eccellente debutto in borsa di venerdì 12 giugno. Il future sull’S&P 500 è poco mosso (-0,04%), mentre l’attenzione degli investitori resta concentrata sull’imminente riunione della Federal Reserve.

Nikkei e Asx 200 a due velocità dopo le mosse delle banche centrali

L’indice giapponese Nikkei è salitonell’intraday fino a un nuovo massimo storico a 70.020,68 punti (+0,48% a 69.648,69 punti alle 07:35 del 16 giugno) dopo che la Banca del Giappone (BoJ) ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, come previsto dagli economisti, dichiarando che continuerà a irrigidire la politica monetaria di fronte a causa dell’inflazione persistente. La banca centrale ha, inoltre, illustrato i piani per ridurre gradualmente il ritmo degli acquisti mensili di obbligazioni nei prossimi trimestri, nell’ambito di un ulteriore processo di normalizzazione delle condizioni monetarie.

La BoJ ha portato il tasso overnight di riferimento all’1%, il livello più alto degli ultimi 31 anni. La decisione è stata approvata con sette voti favorevoli e uno contrario del consiglio direttivo. Il governatore, Kazuo Ueda, era assente per motivi di salute, mentre il membro del consiglio, Toichiro Asada, ha espresso l’unico voto contrario, sostenendo il mantenimento dei tassi invariati anziché un rialzo.

«Il trasferimento degli aumenti dei prezzi derivanti dal rincaro del petrolio greggio sta procedendo a un ritmo relativamente rapido nelle transazioni tra imprese e potrebbe tradursi in un aumento dei prezzi al consumo», ha affermato la BoJ in una nota, avvertendo che questa dinamica potrebbe spingere l’inflazione oltre l’obiettivo annuale del 2% fissato dalla banca centrale.

La Bank of Japan ha anche osservato che l’economia giapponese continua a mostrare una buona tenuta, pur dovendo affrontare maggiori difficoltà nei prossimi mesi. E ha confermato l’intenzione di diminuire gli acquisti mensili di obbligazioni di 200 miliardi di yen ogni trimestre fino a marzo 2027. Successivamente manterrà gli acquisti a 2.000 miliardi di yen al mese, riservandosi la possibilità di modificarli qualora fosse necessario. L’aumento dei tassi era ampiamente previsto dagli investitori, poiché la BoJ aveva più volte richiamato l’attenzione sui rischi inflazionistici derivanti dal conflitto in Medio Oriente.

«Poiché la banca centrale ha evidenziato rischi al rialzo per l’inflazione, prevediamo un ulteriore rialzo dei tassi nella riunione di ottobre e un aumento fino al 2% entro la fine del prossimo anno», hanno previsto gli esperti di Capital Economics. La loro previsione per il tasso terminale della BoJ è più elevata rispetto a quella del consenso che indica un livello dell’1,75% entro la fine del 2027.

Anche la persistente debolezza dello yen ha rafforzato le argomentazioni a favore di una politica monetaria più restrittiva, poiché una valuta debole contribuisce ad aumentare l’inflazione importata. Dopo la decisione della BoJ, lo yen si è leggermente rafforzato, pur restando vicino ai minimi dell’anno. La coppia dollaro/yen è scesa dello 0,02% a 160,264 yen per dollaro.

In Australia, invece, l’indice Asx 200 ha perso lo 0,036%, penalizzato dai ribassi dei titoli minerari e bancari. La Reserve Bank of Australia (Rba) ha lasciato invariati i tassi, interrompendo la serie di tre rialzi effettuati nel corso dell’anno per valutare l’impatto delle condizioni finanziarie più restrittive e delle pressioni inflazionistiche, alimentate in parte dall’aumento dei costi energetici.

La Rba ha mantenuto il tasso di riferimento al 4,35%, in linea con le attese del mercato, affermando che l’inflazione rimane troppo elevata nonostante i primi segnali di rallentamento della crescita economica e della spesa dei consumatori. La banca centrale ha ribadito di essere pronta ad aumentare ulteriormente i tassi qualora fosse necessario per riportare l’inflazione all’interno dell’intervallo obiettivo.

L’aumento dei prezzi dei carburanti, legato alle interruzioni dell’offerta globale di petrolio per la guerra in Medio Oriente, ha contribuito ad accrescere le pressioni sui prezzi. E sebbene i prezzi del greggio si siano ridotti nelle ultime settimane, i costi energetici e delle materie prime correlate restano superiori ai livelli precedenti al conflitto, continuando a esercitare pressioni al rialzo sull’inflazione.

La Rba ha anche osservato che i maggiori costi del carburante si stanno trasferendo ai prezzi di altri beni e servizi, aumentando il rischio che l’inflazione rimanga elevata più a lungo del previsto. Inoltre, sebbene il tasso di disoccupazione sia aumentato più del previsto ad aprile, il mercato del lavoro continua a mostrare una discreta solidità e gli investimenti delle imprese proseguono su un percorso di forte crescita. Dopo la decisione, il cambio dollaro australiano/dollaro ha registrato un lieve calo dello 0,27%.

Corea del Sud trainata dai titoli high tech, Cina debole dopo i dati macro

L’indice sudcoreano Kospi è stato il migliore in Asia, con un rialzo del 2%, sostenuto dalla continua crescita dei titoli tecnologici e dei produttori di semiconduttori. 

Mentre in Cina, gli indici Csi 300 e Shanghai Composite hanno registrato, rispettivamente, un -0,12% e un -0,22% dopo la pubblicazione di dati macroeconomici deludenti. Le vendite al dettaglio e gli investimenti in asset fissi hanno registrato una contrazione superiore alle attese; in particolare, questi ultimi hanno toccato i livelli più bassi dalla crisi del Covid-19. In particolare, le vendite al dettaglio di maggio hanno registrato una contrazione dello 0,6% su base annua, contro una previsione di -0,2%. Ad aprile erano cresciute dello 0,2%.

Mentre gli investimenti in beni fissi nel periodo gennaio-maggio sono scesi del 4,1% su base annua, contro attese per un -2,3%. Nel periodo gennaio-aprile il calo era stato dell'1,6%. Si è visto un vero crollo degli investimenti immobiliari nel periodo gennaio-maggio: -16,2% su base annua rispetto al -13,7% registrato nel periodo gennaio-aprile.

La produzione industriale ha rappresentato, invece, una nota positiva, crescendo leggermente oltre le previsioni grazie alla domanda robusta proveniente dall’estero. Più nel dettaglio, la produzione industriale cinese è aumentata del 4,5% su base annua a maggio, superando leggermente le aspettative degli economisti di un +4,4%. Ad aprile la crescita era stata del 4,1%.

Comunque, questi dati confermano che l’economia cinese continua a trovarsi in una fase di difficoltà, frenata dal rallentamento dei consumi interni e dalla persistente incertezza sul quadro economico generale. L’indice Hang Seng di Hong Kong è stato il peggiore dell’area con una flessione dell’1,55%, causata dalle forti perdite dei titoli internet e tecnologici locali. (riproduzione riservata)



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