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Asia: Nikkei -0,9%, Trump attacca il Giappone sul riso. La Cina alza la quota di investimenti esteri
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Asia: Nikkei -0,9%, Trump attacca il Giappone sul riso. La Cina alza la quota di investimenti esteri

01 luglio 2025, 07:26 Ultimo aggiornamento: 07:40

Il presidente Donald Trump lamenta il fatto che Tokyo si rifiuti di importare riso coltivato negli Stati Uniti, pur sostenendo di avere una carenza interna. L’indice Pmi manifatturiero Caixin della Cina cresce a sorpresa a giugno

La maggior parte delle borse asiatiche è salita con l’indice Kospi della Corea del Sud in testa ai rialzi dopo i record di Wall Street (l’S&P 500 e il Nasdaq hanno chiuso su nuovi massimi storici), viceversa il Nikkei giapponese è sceso dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha minacciato nuovi dazi contro Tokyo.

Comunque, i guadagni sono stati limitati perché gli investitori sono cauti in vista della scadenza del 9 luglio imposta da Trump per l’entrata in vigore dei dazi, quando le tariffe passeranno dal temporaneo 10% a un livello superiore fino al raggiungimento di un accordo. I futures sugli indici azionari statunitensi scendono leggermente: quello sul Dow Jones dello 0,12% e quello sull’S&P500 dello 0,15%.

I mercati si preparano alla scadenza dei dazi del 9 luglio

Il sentiment si è rafforzato con l’annuncio della scorsa settimana che gli Stati Uniti hanno finalizzato un accordo commerciale con la Cina. Inoltre, il Canada ha ritirato la sua tassa sui servizi digitali per le aziende tecnologiche al fine di rilanciare i colloqui commerciali con l’amministrazione Trump. Tuttavia, il Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, ha affermato che le nazioni potrebbero ancora affrontare forti aumenti dei dazi anche durante i negoziati condotti in buona fede, aggiungendo di aspettarsi una raffica di accordi prima della scadenza.

L’indice Composite di Shanghai è salito dello 0,21%, mentre lo Shanghai Shenzhen CSI 300 è avanzato dello 0,06%. I dati di martedì hanno rivelato che l’indice Pmi manifatturiero Caixin della Cina ha registrato una crescita inaspettata a giugno grazie al miglioramento delle condizioni commerciali.

L’indice Pmi manifatturiero Caixin cinese cresce a sorpresa

L’indice Pmi manifatturiero Caixin/S&P Global è salito a 50,4 a giugno rispetto a 48,3 di maggio. «In un contesto di miglioramento dell’ambiente commerciale, i produttori hanno fatto sforzi per promuovere le vendite, portando i nuovi ordini complessivi a tornare in territorio espansivo», ha dichiarato Wang Zhe, economista senior di Caixin Insight Group. Tuttavia, i nuovi ordini sono cresciuti solo marginalmente, poiché le esportazioni sono rimaste deboli per il terzo mese consecutivo.

«Le esportazioni di beni di consumo sono rimaste particolarmente sotto pressione a causa degli effetti delle tariffe aggiuntive imposte dagli Stati Uniti, portando i nuovi ordini per l’export a contrarsi per il terzo mese di fila», ha aggiunto Wang. Le aziende hanno tagliato posti di lavoro nel tentativo di contenere i costi. Nonostante i ritardi nelle catene di approvvigionamento, i produttori restano fiduciosi che il lancio di nuovi prodotti possa sostenere la crescita delle vendite e della produzione.

La Cina alza la quota di investimenti esteri, ponendo fine a 13 mesi di crisi

Al contempo la Cina ha aumentato, per la prima volta da maggio dello scorso anno, l’ammontare di denaro che gli investitori autorizzati possono destinare ad attività estere, allentando così il controllo sui deflussi di capitale. Secondo quanto riportato sul sito dell’Amministrazione statale cinese per il controllo dei cambi (State Administration of Foreign Exchange), la quota in valuta estera assegnata agli investitori istituzionali nazionali qualificati (Qdii, Qualified domestic institutional investors) è stata portata a 170,9 miliardi di dollari alla fine di giugno, rispetto ai 167,8 miliardi precedenti.

L’aumento arriva in un momento in cui le pressioni svalutative sullo yuan si sono attenuate grazie all’indebolimento del dollaro e l’interesse per attività estere, come le azioni statunitensi, si è raffreddato. Il programma Qdii consente agli investitori istituzionali cinesi che rispettano determinati requisiti di acquistare, entro un tetto stabilito, titoli esteri, obbligazioni e materie prime. Negli ultimi due anni, l’interesse degli investitori cinesi per gli asset internazionali era aumentato notevolmente, complice il crollo del mercato azionario interno. Questa domanda aveva generato forti distorsioni nei prezzi degli Etf che replicano indici globali come l’S&P 500, poiché la richiesta superava l’offerta disponibile entro i limiti di quota. L’incremento della quota destinata a società di intermediazione e fondi comuni è stato pari a 2,1 miliardi di dollari, mentre le banche hanno ricevuto 660 milioni in più e le compagnie assicurative 300 milioni.

Negli ultimi mesi, segnala Bloomberg, la domanda degli investitori cinesi per le azioni statunitensi è diminuita, grazie all’aumento dello stimolo economico da parte del governo, al rally innescato dall’app di intelligenza artificiale Deepseek e al balzo dei titoli a Hong Kong, che hanno reso più attraenti le opportunità locali. L’ammontare investito dagli investitori della Cina continentale in azioni di Hong Kong ha raggiunto quest’anno i 731 miliardi di dollari di Hong Kong (circa 93 miliardi di dollari statunitensi), avvicinandosi al record del 2024 di 808 miliardi di hong Kong. 

I mercati di Hong Kong sono chiusi per una festività. Il Kospi della Corea del Sud ha guidato i rialzi con un balzo dell’1,08% con Samsung Electronics salito di quasi il 2%. Piatto l’indice Asx 200 australiano.

Trump critica i colloqui Usa-Giappone e minaccia dazi

Contro corrente l’indice Nikkei giapponese, sceso dello 0,93% a 40.110 punti, interrompendo una serie positiva di cinque sedute consecutive e stornando dai massimi di quasi un anno. L’indice più ampio Topix è calato dello 0,8% con Toyota, Sony, Nintendo e Tokyo Electron sotto pressione. Lunedì 30 giugno il presidente Trump ha criticato duramente i negoziati commerciali in corso con il Giappone, lamentando il fatto che Tokyo si rifiuti di importare riso coltivato negli Stati Uniti, pur sostenendo di avere una carenza interna. Scrivendo su Truth, il tycoon ha definito il Giappone «viziato» per non voler acquistare riso statunitense e ha lasciato intendere che gli Stati Uniti invieranno presto una notifica di nuovi dazi.

Nonostante quest’ultima minaccia, secondo il direttore del Consiglio economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, i colloqui tra Stati Uniti e Giappone dovrebbero proseguire. «Nulla è finito. So cosa ha appena postato, ma ci saranno ancora discussioni fino all’ultimo», ha dichiarato. La carenza di riso citata dal presidente statunitense ha esasperato i consumatori giapponesi, già colpiti dalla crisi del costo della vita. I prezzi del riso sono raddoppiati nell’ultimo anno, spingendo il governo del primo ministro, Shigeru Ishiba, a rilasciare riserve d’emergenza sul mercato e a sospendere i canali di distribuzione convenzionali.

Un aumento delle importazioni di riso americano potrebbe aiutare a riequilibrare il mercato, ma ciò causerebbe malcontento nel settore agricolo interno, specialmente se si percepisse che i suoi interessi vengono sacrificati per ottenere una riduzione dei dazi del 25% sull’industria automobilistica, molto più grande. Ishiba potrebbe voler evitare qualsiasi concessione che colpisca quel segmento della popolazione in vista delle elezioni per la camera alta del 20 luglio. «Il Giappone non sacrificherà il proprio settore agricolo nei negoziati commerciali», ha dichiarato il capo di gabinetto Yoshimasa Hayashi, ribadendo che il Giappone sta negoziando attivamente e in buona fede per raggiungere un accordo reciprocamente vantaggioso. 

Non è la prima volta che l’amministrazione Usa accusa il Giappone di proteggere in modo eccessivo la propria industria del riso. A marzo, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aveva affermato che il Giappone applica dazi del 700% sul riso, un’affermazione che il governo giapponese ha definito inesatta. Il Giappone è uno dei partner commerciali più importanti degli Stati Uniti. Oltre ai dazi del 25% imposti da Trump sull’industria automobilistica, è soggetto ad altre tariffe separate del 24% su tutte le esportazioni verso gli Usa, temporaneamente ridotte al 10% durante il periodo negoziale.

Yen forte grazie all’indice Tankan

Lo yen si è apprezzato fino allo 0,4% a 143,44 rispetto al dollaro grazie a dati sulla fiducia delle imprese superiori alle attese. infatti, l’indice Tankan sulla fiducia dei principali produttori è salito a 13 da 12 di marzo, superando le stime degli economisti che prevedevano un calo a 10. Il miglioramento è stato trainato soprattutto dai produttori di acciaio e carta. L’indice per le grandi imprese non manifatturiere è, invece, sceso leggermente da 35 a 34, restando comunque vicino ai massimi dagli anni ’90.

Il dato migliore delle attese sulla fiducia dei grandi produttori dovrebbe offrire al governatore della BoJ, Kazuo Ueda, una base solida per mantenere l’aspettativa di un aumento dei tassi all’ordine del giorno della prossima riunione prevista a fine mese. «Un miglioramento a sorpresa della fiducia tra i grandi produttori del secondo trimestre suggerisce che gli esportatori stanno reggendo bene nonostante la pressione tariffaria statunitense. Gli indicatori legati ai prezzi, nel frattempo, indicano un momento inflazionistico interno in linea con l’obiettivo del 2% della BoJ», ha commentato Taro Kimura, economista di Bloomberg Economics.

«Il Tankan ha superato le aspettative, rafforzando lo yen e deprimendo i prezzi azionari», ha dichiarato Kazuhiro Sasaki, responsabile della ricerca di Phillip Securities Japan. «Le scommesse su un taglio dei tassi negli Stati Uniti stanno anche indebolendo il dollaro e c’è un’alta probabilità che lo yen continui a rafforzarsi, il che sarebbe una cattiva notizia per le azioni. I dazi sono certamente una preoccupazione, ma penso che il tasso di cambio sia il principale fattore che ha pesato  sul Nikkei», ha aggiunto. (riproduzione riservata)



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