Le borse asiatiche hanno esteso il rally mercoledì 15 aprile, con i titoli tecnologici che hanno seguito i forti guadagni di Wall Street, dove l’S&P500 è salito dell’1,2% chiudendo appena sotto i massimi storici e il Nasdaq è balzato di quasi il 2%, mentre un cauto ottimismo su un potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran ha rafforzato il sentiment di rischio. I futures sugli indici azionari statunitensi sono invariati.
L’indice Nikkei del Giappone è avanzato dello 0,51%, oscillando vicino ai livelli record. L’indice più ampio Topix è salito dello 0,38%. Il Giappone prevede di fornire fino a 10 miliardi di dollari come supporto finanziario ai Paesi del Sud-est asiatico per aiutarli ad affrontare l’aumento dei prezzi del petrolio greggio dovuto alla guerra in Medio Oriente.
Il primo ministro giapponese, Sanae Takaichi, dovrebbe annunciare l’aiuto, che potrebbe includere prestiti, durante una riunione virtuale con i leader regionali prevista nel pomeriggio, ha riferito l’emittente pubblica NHK. Il segretario capo di gabinetto, Minoru Kihara, ha dichiarato in una conferenza stampa che il Giappone sta «considerando la cooperazione reciproca con i Paesi asiatici dal punto di vista della sicurezza dell’approvvigionamento di prodotti derivati dal petrolio e del rafforzamento della catena di approvvigionamento».
Se l’approvvigionamento dovesse essere interrotto, potrebbe avere un impatto negativo sul sistema sanitario giapponese, secondo i media locali. Il Paese prevede di fornire supporto finanziario tramite la Japan Bank for International Cooperation sostenuta dal governo.
Il Giappone non sta affrontando una carenza immediata di petrolio. Il ministero del commercio ha affermato che il Paese può garantire una fornitura sufficiente di greggio per quest’anno approvvigionandosi da rotte alternative allo Stretto di Hormuz, dove il transito rimane limitato, e attingendo alle proprie riserve petrolifere consistenti.
Intanto, però, sono calati più delle attese gli ordini di macchinari del settore privato in Giappone a febbraio. La contrazione su base mensile è stata dell'1,8% dopo il -5,5% di gennaio. Gli ordini core, cioè al netto delle componenti più volatili, sono crollati del 13,6% dopo il -5,5% precedente, risultando decisamente sotto la stima del consenso (-1,1%).
Anche il Kospi della Corea del Sud ha sovraperformato, balzando del 3% e superando il livello di 6.100 durante la seduta, tornando a ridosso dei massimi storici raggiunti all’inizio di quest’anno in scia al rally dei produttori di chip di memoria, sulle aspettative di una domanda sostenuta legata all’intelligenza artificiale. Il titolo SK Hynix ha raggiunto un nuovo massimo storico a 1.173.000 won sudcoreani (+5,35%) e Samsung Electronics ha messo a segno un +3,6%.
Altrove, l’indice Shanghai Composite della Cina è salito dello 0,23%, mentre l’Hang Seng di Hong Kong dello 0,48%. Pechino sta pianificando per questo mese la più grande emissione di obbligazioni in yuan a Hong Kong dal 2023, aumentando l’offerta agli investitori globali proprio mentre gli asset in yuan emergono come bene rifugio nel contesto della guerra con l’Iran.
Il ministero delle finanze emetterà 15,5 miliardi di yuan (2,3 miliardi di dollari) di obbligazioni governative a Hong Kong il prossimo 22 aprile. Non sono state specificate le scadenze. L’offerta supererà la vendita di febbraio di 14 miliardi di yuan e sarà il più grande lotto singolo di obbligazioni cosiddette «Dim Sum» emesse a Hong Kong dal ministero dall’ottobre 2023, secondo dati raccolti da Bloomberg.
Anche lo yuan ha recentemente esteso i guadagni fino al massimo degli ultimi tre anni, mentre gli investitori valutano la prospettiva di un suo ruolo nel sistema monetario globale in mezzo alle frizioni geopolitiche. La nuova emissione è in linea con i commenti di gennaio del vice governatore della Banca Popolare Cinese, Zou Lan, secondo il quale la Cina aumenterà quest’anno le emissioni di obbligazioni governative denominate in yuan offshore, impegnandosi a migliorare la liquidità del mercato e sostenere lo sviluppo di Hong Kong come importante hub per il business in yuan.
«La resilienza della Cina a prezzi energetici più elevati, con le rinnovabili e il nucleare che hanno già superato il petrolio come seconda fonte di energia, rende la sua valuta e i suoi tassi più attraenti per gli investitori globali», ha commentato Samuel Tse, economista senior presso Dbs Bank. «Combinato con la profonda liquidità in yuan di Hong Kong, questo contesto macroeconomico prepara il terreno per emissioni più ampie e rafforza il ruolo delle obbligazioni in yuan come diversificatore strutturale».
La domanda è stata robusta nelle recenti vendite di obbligazioni offshore in yuan della Cina, sostenuta sia da investitori stranieri sia da acquirenti della Cina continentale tramite il canale Southbound Bond Connect. I rendimenti sono stati fissati ai livelli più bassi almeno dal 2013 per titoli a due, tre e cinque anni nel collocamento di febbraio.
Bene pure l’indice Straits Times di Singapore, aumentato dello 0,31%, stabile, invece, l’Asx 200 dell’Australia. Il sentiment degli investitori è sostenuto dall’allentamento delle preoccupazioni geopolitiche, dopo i segnali da Washington che suggeriscono che i colloqui con Teheran potrebbero riprendere.
Ma le tensioni rimangono elevate. Gli Stati Uniti hanno iniziato un blocco navale delle navi in uscita dai porti iraniani, mentre Teheran ha minacciato ritorsioni contro i porti negli Stati del Golfo vicini dopo il fallimento dei colloqui nel fine settimana. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato ad ABC di non aver preso in considerazione un'estensione del cessate il fuoco con l'Iran, perché molto probabilmente non sarà necessario.
«Penso che assisterete a due giorni straordinari», ha affermato il presidente americano nel contesto dei rinnovati colloqui con l'Iran per un accordo. «Lo penso davvero». Poi ha precisato: «Potrebbe finire in entrambi i modi, ma credo che un accordo sia preferibile perché poi potranno ricostruire. Ora hanno davvero un regime diverso. In ogni caso, abbiamo eliminato i radicali. Se ne sono andati, non sono più con noi».
La speranza di nuovi negoziati contribuisce a tenere a freno i prezzi del petrolio (future sul Wti +0,4% a 91,67 dollari al barile e su Brent +0,9% a 95,71 dollari al barile), alleviando le pressioni inflazionistiche e sostenendo le azioni. Anche i dati sui prezzi alla produzione negli Stati Uniti più deboli del previsto hanno rafforzato le aspettative che le pressioni inflazionistiche lungo la filiera possano attenuarsi. (riproduzione riservata)