Borse asiatiche contrastate mentre si preparano alla riunione di politica monetaria della Federal Reserve in agenda il 27-28 gennaio (per gli economisti manterrà i tassi di interesse invariati) e i titoli giapponesi sono crollati a causa del forte rafforzamento dello yen. Inoltre, i futures statunitensi preannunciano un avvio in calo (-0,12% quello sul Dow Jones e -0,13% quello sull’S&P500) di Wall Street.
L’attenzione degli investitori è, inoltre, focalizzata su un fitto calendario di risultati societari, che include le trimestrali della maggior parte dei cosiddetti giganti tecnologici, le Magnifiche sette tra cui Microsoft, Meta, Tesla, Apple.
L’indice Nikkei è sceso dell’1,8% a 52.869 punti, a causa della debolezza dei titoli delle società esportatrici (auto e tecnologici), poiché lo yen è volato contro il dollaro americano (cross a 154,195, -0,77%, sui minimi da novembre 2025), con le speculazioni di un possibile intervento congiunto sui mercati valutari da parte delle autorità giapponesi e statunitensi per sostenere la valuta.
Uno yen più forte tende a penalizzare gli utili esteri degli esportatori giapponesi, alimentando un clima di risk-off. La premier, Sanae Takaichi, ha ribadito che il governo è pronto ad agire contro movimenti speculativi sui cambi, mentre il responsabile della politica valutaria Atsushi Mimura ha confermato uno stretto coordinamento con Washington, ma si è rifiutato di confermare la notizia di un intervento congiunto con gli Stati Uniti sui tassi di cambio.
Il rafforzamento dello yen ha contribuito anche a un appiattimento della curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi, con il rendimento del 10 anni in calo di due punti base al 2,24%.
Lo yen si è impennato da quando la Fed di New York ha effettuato dei controlli sui tassi di cambio venerdì 23 gennaio, mettendo gli investitori in allerta sui rischi del primo intervento valutario congiunto tra Stati Uniti e Giappone in 15 anni.
La ministra delle Finanze giapponese, Satsuki Katayama, ha detto che il governo sta monitorando attentamente il mercato dei cambi e ha fatto riferimento alla dichiarazione congiunta Giappone-Stati Uniti rilasciata a settembre dello scorso anno: «Credo che stiamo rispondendo in linea con la dichiarazione».
Ma non ha commentato la possibilità di un intervento coordinato sul mercato da parte dei due governi. L’ultimo intervento valutario degli Stati Uniti risale al marzo del 2011, quando si unirono ad altri Paesi per indebolire lo yen in seguito a un forte terremoto in Giappone.
Nel frattempo, la holding finanziaria giapponese SoftBank (-0,5% a 213,50 yen) ha sospeso le trattative per l’acquisizione dell’operatore statunitense di data center Switch, un colpo alle ambizioni del fondatore Masayoshi Son di sviluppare l’infrastruttura di intelligenza artificiale Stargate, secondo alcune fonti citate da Bloomberg.
Per mesi Son ha perseguito un accordo da circa 50 miliardi di dollari per Switch, convinto che il controllo diretto della rete di data center ad alta efficienza energetica della società avrebbe aiutato il progetto Stargate, del valore complessivo di 500 miliardi di dollari, a generare capacità di calcolo per il partner OpenAI.
All’inizio di questo mese Son ha ammesso che un’acquisizione completa non era più sul tavolo e ha cancellato un annuncio previsto per gennaio. Le due società restano comunque in trattative per un investimento parziale o una partnership, hanno aggiunto le fonti.
Sempre questo mese, SoftBank ha siglato un accordo da 3 miliardi di dollari per l’acquisto della società di investimento quotata a New York, DigitalBridge Group, che detiene una partecipazione di maggioranza in Switch.
L’acquisizione totale di Switch sarebbe stata una delle più grandi mai realizzate dal gruppo giapponese tanto che all’interno del gruppo SoftBank, alcuni erano preoccupati per le dimensioni dell’operazione e per le difficoltà operative legate alla gestione dei campus di data center distribuiti da Las Vegas ad Atlanta. Switch sta anche preparando una possibile quotazione in borsa già nel corso di quest’anno per una valutazione di 60 miliardi di dollari, debito incluso.
L’oro è salito a nuovi massimi storici con la domanda di beni rifugio che si è intensificata di fronte alle incertezze geopolitiche, commerciali e monetarie suscitate dalla politica del presidente americano Donald Trump. L’oro spot ha toccato un nuovo record a 5.093,02 dollari l’oncia. Anche i futures sull’oro sono cresciuti del 2% fino al record di 5.128,85 dollari l’oncia.
La scorsa settimana è balzato di oltre l’8% e dall’inizio dell’anno è in rialzo di quasi il 17%, complici le tensioni geopolitiche in aumento e la domanda costante da parte delle banche centrali e degli investitori in cerca di protezione contro la volatilità dei mercati. Anche il prezzo dell’argento è salito di oltre il 7%, raggiungendo un nuovo massimo storico a 109,45 dollari l’oncia. E il platino fino a nuovo picco di 2.798,46 dollari l’oncia.
Uno dei principali fattori alla base del balzo dei metalli preziosi è l’escalation delle tensioni tra gli Stati Uniti e gli alleati della Nato sulla Groenlandia.
A complicare ulteriormente il quadro geopolitico, Trump ha intensificato nel fine settimana le frizioni commerciali con il Canada, promettendo di imporre dazi del 100% sui beni canadesi se Ottawa dovesse procedere con un accordo commerciale con la Cina. Trump ha scritto sulla sua piattaforma social che il Canada potrebbe essere utilizzato come un «porto di smistamento» per l’ingresso di merci cinesi negli Stati Uniti e ha avvertito che Pechino «si mangerà il Canada vivo» se tale accordo dovesse andare avanti.
Per il resto, i mercati azionari indiani sono rimasti chiusi per una festività, l’indice Kospi della Corea del Sud ha ceduto lo 0,81% dopo aver toccato un record intraday di 5.023,76 punti, mentre lo Shanghai Composite cinese è piatto e l’indice australiano Asx 200 è salito dello 0,13%, Viceversa lo Straits Times Index di Singapore è sceso dello 0,63%.
Il dollaro di Singapore ha toccato i massimi da oltre 11 anni contro il biglietto verde, è salito al livello più alto dall’ottobre del 2014 sostenuto dai flussi verso i beni rifugio e dalle aspettative che la banca centrale del Paese mantenga invariata la propria politica monetaria questa settimana.
La valuta asiatica ha guadagnato lo 0,4%, raggiungendo quota 1,2678, mentre il dollaro statunitense è tornato sotto pressione a causa delle speculazioni su un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti in un intervento sul mercato dei cambi giapponese.
L’Autorità Monetaria di Singapore (Mas) dovrebbe lasciare invariati i parametri del tasso di cambio nella riunione di giovedì, dato che l’inflazione core rimane stabile. A differenza di molte altre banche centrali, la Mas non utilizza i tassi di interesse come principale strumento di politica monetaria, ma si concentra sul tasso di cambio effettivo nominale della valuta, noto come S$NEER (Singapore Dollar Nominal Effective Exchange Rate), a cui è consentito oscillare all’interno di un range di riferimento.
Negli ultimi anni Singapore ha attirato parecchi investitori grazie a un mercato azionario ricco di dividendi, a obbligazioni con rating AAA e a una politica governativa prevedibile. L’indice di riferimento, lo Straits Times, è scambiato su livelli record e la valuta locale è salita del 6% negli ultimi 12 mesi. (riproduzione riservata)