In vista della Legge Finanziaria il governo sembra intenzionato a valutare l'opportunità di inserirvi una sorta di legge-quadro che rivoluzionerebbe l'assetto normativo delle autorità di sistema portuale, ovvero gli enti pubblici non economici che regolano e gestiscono le banchine. Quella a cui sta lavorando il viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti Edoardo Rixi (Lega) sarebbe una riforma spinta dal vento dell'autonomia differenziata e dal progetto di dotare le port authority di un modello più privatistico. Allo studio ci sarebbero diverse alternative e quella al momento più probabile prevede un modello aeroportuale, in cui Enac (Ente Nazionale Aviazione Civile), un ente pubblico, coordina e rilascia le concessioni alle società per azioni che gestiscono gli scali. In mezzo a questo ridisegno trova spazio anche il desiderio di alcuni stakeholder locali che chiedono (soprattutto a Genova) di poter trattenere una parte consistente dell'Iva generata dai traffici in import che attraversano le banchine. Annualmente si parla di circa 20 miliardi per tutti i porti italiani.
L'ipotesi di riforma ha innescato i commenti di favorevoli e contrari. Fra questi ultimi c'è il sindacato Uiltrasporti, secondo cui «la privatizzazione sarebbe un grave errore». Secondo il segretario generale Marco Verzari e il segretario nazionale Giuliano Galluccio, «i porti italiani devono rimanere sotto l'egida pubblica per garantire una concorrenza basata sulla trasparenza e sul rispetto delle regole a partire dal contratto (nazionale di lavoro collettivo, ndr). Gli spazi in concessione debbono essere affidati sulla base della capacità degli operatori di essere attrattivi in termini di traffico e di una selezione basata sull'efficacia e sull'efficienza organizzativa e operativa e in base alla congruità degli organici».
Chi invece promuove una revisione del modello attuale è Fabrizio Vettosi, advisor specializzato e analista finanziario di Vsl Club, secondo cui «l'Italia aveva un numero pressoché infinto di inutili aeroporti e, se lo confrontiamo con il sistema aeroportuale moderno in cui il numero degli stessi si è sostanzialmente ridotto, non vi è un solo scalo che non abbia performance operative ed economico-finanziarie di alto livello». Per gli aeroporti si scelse la strada della privatizzazione parziale e progressiva anche mediante processi di quotazione con conseguenze positive, come «il recupero di efficienza e redditività, l'attrazione di talenti manageriali, la flessibilità finanziaria nelle decisioni di investimento e crescita e la canalizzazione del risparmio e della previdenza degli italiani verso le infrastrutture italiane», ricorda Vettosi.
A frenare questo cambiamento sono, secondo il managing director di Vsl Club, gli «interessi economici ed elettorali di un porto, ben superiori a quelli di un aeroporto», seppure l'esperienza vissuta dai porti greci del Pireo e di Salonicco (dove la port authority spa con relativa concessione a tempo determinato delle banchine è stata venduta ai cinesi di Cosco) a distanza di anni si sia rivelata positiva in termini economici, di traffici e di lavoro. (riproduzione riservata)