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Armi a Israele, il rebus europeo: così continuano export e progetti Ue
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Armi a Israele, il rebus europeo: così continuano export e progetti Ue

12 settembre 2025, 20:30 Ultimo aggiornamento: 20:44

Restano dubbi sul reale stop all’export di armi in Medio Oriente, Italia compresa: nel 2024 vendute armi e munizioni per 5,8 milioni. E Tel Aviv non è solo destinataria: attraverso filiali e jv partecipa anche a svariati progetti europei

La notte tra il 9 e il 10 settembre i radar della difesa polacca hanno intercettato uno sciame di droni russi in arrivo dal confine ucraino. I sistemi di difesa aerea nazionali e quelli della Nato sono stati attivati immediatamente e Varsavia ha dato ordine di abbatterli. La Polonia ha chiesto l’attivazione dell’articolo 4 della Nato per avere una consultazione urgente tra gli alleati.

Quasi in contemporanea, a Strasburgo, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen pronunciava un discorso destinato a cambiare il modo in cui l’Ue vuole rapportarsi alle minacce e alle guerre in corso: un richiamo a rafforzare gli investimenti europei in difesa, a varare nuove sanzioni contro i ministri più estremisti del governo di Benjamin Netanyahu, e a sospendere il sostegno bilaterale a Israele, fermando tutti i pagamenti diretti verso Tel Aviv a eccezione dei progetti della società civile.

Da chi compra armi Israele? Il ruolo-spia dei porti europei 

Intenzioni che, tuttavia, appaiono ancora lontane dalla realtà. Quasi il 70% degli armamenti Israele li importa dagli Stati Uniti ma il secondo fornitore è la Germania che dal 7 ottobre 2023 ha autorizzato esportazioni militari per oltre 485 milioni. Paesi come Spagna, Belgio, Italia e Paesi Bassi hanno sospeso o limitato l’esportazione di armi verso Israele. C’è però poca supervisione sulle armi usate sulla striscia di Gaza.

I porti europei, negli ultimi due anni, sono diventati spie di una logistica diversa da quella che sembra: a Genova, Rotterdam e Anversa i sindacati portuali hanno denunciato e tentato di bloccare carichi su container che, a loro avviso, contenevano munizioni, componenti per sistemi d’arma e materiale classificato come pericoloso.

Secondo i documenti raccolti da The Weapon Watch (l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterraneo) i portuali di Genova hanno impedito lo sbarco di un cannone navale Oto Melara diretto a un armatore straniero mentre a Ravenna le autorità doganali hanno sequestrato carichi compatibili con forniture belliche. In Germania la questione è finita direttamente in tribunale: Ong come Al-Haq ed Ecchr hanno presentato ricorsi amministrativi chiedendo la sospensione di licenze per missili e componenti elettronici diretti a Tel Aviv.

Nel 2024 l’Italia ha inviato 5,8 milioni di armi al governo di Netanyahu

Che l’Italia invii armi a Israele, secondo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è invece «una leggenda metropolitana». Dal 7 di ottobre 2023 «abbiamo sospeso tutti i contratti. Quindi non c’è nessun invio di armi a Israele», ha ricordato il vicepremier in occasione del Forum di Cernobbio. Tuttavia, sebbene il governo di Giorgia Meloni abbia bloccato le nuove autorizzazioni dopo l’attacco di Hamas, le vecchie licenze continuano a produrre spedizioni.

La relazione Parlamentare più recente, pubblicata a marzo 2025, precisa che tra i dati del 2024 «non appare Israele perché l’autorità nazionale Uama non ha concesso nuove autorizzazioni all’esportazione ai sensi della legge n. 185/1990». Ma, come emerge dai dati Istat sul commercio estero tra i due Paesi, nel 2024 e nei primi mesi del 2025 sono state comunque esportate armi dall’Italia in Israele. Nel 2024 le esportazioni italiane nella categoria «armi, munizioni e loro parti e accessori» hanno raggiunto un valore di 5,8 milioni di euro (dato in calo rispetto ai 13 milioni del 2023), mentre tra gennaio e maggio 2025 sono state pari a oltre 220 mila euro. Insomma, quasi azzerate.

Sul fronte opposto nel 2024 l’Italia ha continuato a importare armi da Israele, che è passato dalla settima alla seconda posizione tra i Paesi di provenienza. Le 42 autorizzazioni di importazione dall’industria israeliana hanno avuto un valore di circa 155 milioni. E proprio perché la catena non è a senso unico, vale la pena ricordare che Israele non è solo destinatario ma è anche produttore in Europa.

E poi ci sono le aziende israeliane in Europa 

Il colosso della difesa Israel Aerospace Industries (IAI) è coinvolta in 15 programmi europei, tra cui Respondrone: progetto che lavora a una soluzione integrata per la gestione di flotte di droni. L’azienda Plasan produce veicoli blindati attraverso la filiale francese Amef. Elbit Systems, che si occupa della fornitura di droni e sistemi di artiglieria, ha filiali in Germania e Svizzera.

Rafael Advanced Defense Systems ha, invece, una sede distaccata nel Regno Unito che offre soluzioni avanzate per la difesa aerea, navale e terrestre. In Germania, invece, è coinvolta in EuroSpike GmbH, una joint venture con Diehl Defence e Rheinmetall Defence Electronics, focalizzata sul sistema missilistico Spike.

Si tratta di aziende che operano nella più totale legalità, talvolta beneficiando di fondi comunitari, ma che complicano la distinzioni tra armi europee e armi israeliane. E che di conseguenza contrastano con le parole della presidente von der Leyen: «L’Europa è in lotta per un’Europa libera e indipendente». (riproduzione riservata)



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