Google ha dominato illegalmente due mercati legati alla pubblicità online. Lo ha stabilito il 17 aprile il giudice federale degli Stati Uniti Leonie Brinkema nell’ambito di una causa antitrust intentata contro la big tech. Le azioni A della casa madre Alphabet cedono l'1,2% al Nasdaq e le azioni C l'1,2% poco prima delle 17:30 del 17 aprile.
Alphabet, la società che controlla Google, è oggetto anche di un altro processo antitrust che la oppone al Dipartimento di Giustizia (Doj) degli Stati Uniti. Il Doj sostiene che Google abbia instaurato un «monopolio illegale» nel campo delle ricerche online.
Secondo Brinkema, Google ha violato le leggi antitrust nei mercati degli scambi pubblicitari e degli strumenti utilizzati dai siti web per vendere spazi pubblicitari. Il monopolio non è stato provato, invece, in un terzo sotto-settore dell’advertising online, quello degli strumenti utilizzati dagli inserzionisti per acquistare annunci pubblicitari.
La decisione del giudice della Virginia, scrive Reuters, potrebbe portare l’accusa ad avanzare richieste sullo scorporo delle attività pubblicitarie di Google. In particolare, il Dipartimento di Giustizia sostiene che il gigante tecnologico dovrebbe vendere Google Ad Manager, l’unità che comprende i server per la pubblicità e gli scambi di annunci.
Google deve quindi affrontare la possibilità che due diversi tribunali statunitensi le ordinino di vendere asset o di modificare le proprie pratiche commerciali. Un giudice federale, infatti, dovrebbe esprimersi a breve anche sull’altro filone attivo e pronunciarsi sulla richiesta del DoJ che - tra le altre cose - vorrebbe obbligare l’azienda a vendere il browser Chrome.
Nel settore pubblicitario, secondo l'accusa, Google ha utilizzato le classiche tattiche di costruzione del monopolio, eliminando i concorrenti attraverso acquisizioni, vincolando i clienti all’uso dei suoi prodotti e controllando le modalità di transazione nel mercato degli annunci online. «Abbiamo vinto metà di questa causa e faremo appello per l’altra metà», ha replicato la società tramite Lee-Anne Mulholland, vicepresidente affari istituzionali. «Il Tribunale ha stabilito che i nostri strumenti pubblicitari e le nostre acquisizioni, come DoubleClick, non danneggiano la concorrenza. Non condividiamo la decisione della Corte riguardo ai nostri strumenti per i publisher: i publisher hanno molte opzioni e scelgono Google perché i nostri strumenti di tecnologia pubblicitaria sono semplici, convenienti ed efficaci».
Le azioni in corso negli Stati Uniti sono le più rischiose per Google, ma non le uniche che accusano la società di monopolio e pratiche anti-concorrenziali. In Gran Bretagna, ad esempio, Google è stata appena citata in giudizio da una class action per presunto abuso di posizione dominante nel settore della ricerca online e si è vista recapitare una richiesta di risarcimento per oltre 5 miliardi di sterline di potenziali danni. In Giappone, invece, l’Antitrust ha messo nel mirino Alphabet a ottobre 2024, avviando un’inchiesta per pratiche monopolitistiche. (riproduzione riservata)