Quindici miliardi di euro in circa vent’anni. Tanto l’Unione Europea ha fatto sborsare alle big tech per sanare le numerose violazioni delle sue leggi su concorrenza e mercato digitale. Sanzione dopo sanzione l’Ue si è fatta la nomea del continente che regola, mentre gli Stati Uniti innovano. L’ultimo blitz delle autorità europee è stato l’apertura di un’indagine Antitrust sul modo in cui Google usa i contenuti degli editori online per addestrare l’intelligenza artificiale. Ma le pratiche, quelle ancora aperte e quelle archiviate negli anni, sono decine.
Tutto è partito nel 2004 quando la Commissione Europea ha deciso che Microsoft aveva abusato della propria posizione dominante, legando il software Media Player a Windows, e ha imposto al gruppo una sanzione da 497 milioni di euro. Da allora tutte le big tech sono passate sotto la scure dei regolatori. La multa dei record resta quella da 4,3 miliardi comminata nel 2018 a Google per abuso di posizione dominante con Android, ma il colosso di Mountain View ha fatto il pieno di sanzioni: 2,4 miliardi nel 2017 per aver favorito il proprio comparatore di prezzi, Google Shopping, nei risultati delle ricerche; 1,5 miliardi nel 2019 per clausole anticoncorrenziali su AdSense; quasi 3 miliardi, pochi mesi fa, per abuso di posizione dominante nella pubblicità online.
Nemmeno le altre big tech sono rimaste indenni. Da Meta ad Apple passando per X, multata da poco per non aver rispettato gli obblighi del Digital Services Act (Dsa), la legge europea che - insieme al Digital Markets Act (Dma) - norma le piattaforme digitali. «Ogni indagine ha una storia distinta, ma è senz’altro vero che le big tech sono e sono sempre state nel mirino della regolazione europea», osserva Attilio Mazzilli, partner e head of Italian Tech Group di Orrick. «L’Ue ha sempre cercato di mitigare il potere delle piattaforme con l’intento di garantire un ambiente online sicuro e una concorrenza che sia un impulso allo sviluppo dell’economia e non un freno».
Negli Usa gli interventi sono decisamente più blandi. Con Joe Biden alla Casa Bianca sembrava arrivato il momento di porre un freno al potere delle big tech, ma il ritorno di Donald Trump ha chiuso quella parentesi. Il simbolo di quella fase sono i due processi Antitrust avviati contro Google per monopolio nelle ricerche e nella pubblicità online. Tuttavia, il primo è finito senza misure drastiche - Google ha evitato lo scorporo di Chrome -, mentre il secondo è in corso.
L’Ue «si trova in una posizione privilegiata perché non ha grandi campioni nazionali e può svolgere il ruolo di arbitro in modo indipendente», spiega Michele Carpagnano, partner di Dentons e responsabile del dipartimento Competition and Antitrust in Italia. «Gli Usa sono in una posizione diversa e la cerimonia di insediamento di Trump è stata rivelatrice: in prima fila c’erano i vertici di tutte le big tech».
Quello che sul fronte economico è un punto debole dell’Europa, dunque, su quello normativo diventa un’occasione. «L’indipendenza dell’Ue comporta una grande responsabilità e dev’essere esercitata in modo da intervenire con lungimiranza per prevenire l’insorgere o il rafforzamento di posizioni dominanti e contrastarne gli abusi», aggiunge Carpagnano.
L’Ue scrutina molti casi a livello comunitario, basandosi su Dsa e Dma, ma anche i regolatori nazionali hanno margini di movimento. L’Autorità italiana guidata da Roberto Rustichelli, in particolare, «usa un’altra base giuridica molto efficace, ovvero la tutela del consumatore», conclude l’esperto. Con questa leva l’Antitrust italiano ha aperto, ad esempio, un fascicolo su Deepseek, contestando all’AI cinese di non avvertire in modo chiaro gli utenti della possibilità di errori. (riproduzione riservata)