Nearshoring, catene logistiche e gestione dei rischi: cosa è cambiato dallo scoppio della pandemia? McKinsey&Company lo ha chiesto ai direttori della logistica delle imprese attraverso interviste a campione condotte nel 2020 e nel 2021 per capire quali strategie siano state davvero implementate per mettere in sicurezza o rendere più flessibili le supply chain. Ebbene, nella prima indagine, il 93% degli intervistati aveva dichiarato di voler rendere le proprie filiere più flessibili, agili e resilienti, e un anno dopo il 92% lo ha fatto davvero, ma con interventi diversi rispetto al previsto. Se nel 2020 la maggior parte delle aziende programmava di aumentare le scorte di prodotti, componenti e materiali e di regionalizzare le forniture, «alla prova dei fatti hanno solo incrementato le scorte», sintetizza il report. Le iniziative tuttavia sono state diverse a seconda del settore considerato. Il più attivo è stato il sanitario: il 60% degli intervistati ha detto di avere regionalizzato le catene di approvvigionamento e il 33% di aver avvicinato la produzione ai mercati finali. Solo il 22% degli intervistati dei settori automotive, aerospaziale e difesa ha regionalizzato la produzione, nonostante oltre il 75% avesse dato la priorità a questo punto nel sondaggio del 2020. Le aziende di prodotti chimici e materie prime sono infine quelle che hanno meno modificato le catene di approvvigionamento. A spiegare le differenze per McKinsey sono le caratteristiche strutturali delle industrie coinvolte (quelle chimiche ad esempio necessitano di siti di produzione grandi e costosi e quindi di investimenti che richiedono anni per essere completati), ma anche le difficoltà nel trovare fornitori per i propri progetti di re/nearshoring. La regionalizzazione delle filiere resta comunque una priorità e il 90% degli intervistati ha detto di volerlo fare nei prossimi tre anni.
Molti in cambiamenti anche nella gestione del rischio, oggi tra le prime preoccupazioni delle aziende. Ben il 95% degli intervistati dichiara di avere processi ad hoc per gli approvvigionamenti e il 59% di averne approntati di nuovi negli ultimi 12 mesi. Se il 4% ha istituito da zero una nuova funzione di gestione del rischio, la maggior parte ha invece rafforzato capacità esistenti. Le iniziative avviate sono state differenti a seconda delle esperienze già conseguite: le organizzazioni più mature hanno sviluppato nuove pratiche, i neofiti hanno acquistato software dedicati. Ma anche tra chi effettua un monitoraggio dei rischi della propria supply chain restano alcune criticità: meno del 50% degli intervistati conosce infatti l'ubicazione dei fornitori di primo livello e solo il 2% quella dei supplier di secondo o ulteriore livello.
Un altro ambito toccato dalla ricerca riguarda la digitalizzazione. Quasi tutti gli intervistati hanno investito in tecnologie per la supply chain, spesso più del previsto: gli operatori dell'automotive per esempio erano riluttanti a impegnarsi in questa direzione nel 2020, ma poi lo hanno fatto tutti. Quasi tutte le aziende prevedono anche ulteriori investimenti digitali in futuro: da maggio 2020 il 30% degli intervistati ha implementato nuovi sistemi di gestione e monitoraggio delle performance ma, nonostante l'esperienza degli ultimi due anni, solo il 39% delle aziende sta investendo in strumenti specifici per monitorare i rischi e le disruption. Un limite continua a essere la (scarsa) presenza di competenze digitali all'interno delle aziende, al punto che solo l'1% degli intervistati pensa che la propria azienda ne disponga in misura sufficiente. (riproduzione riservata)