Nel video c’era la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: stessa voce, stessi gesti, persino le espressioni familiari. Presentava Quantum, un progetto di investimento garantito dallo Stato che permette di guadagnare tra i 40 e i 50 mila euro in pochi mesi a fronte di un versamento di 250 euro. Solo che non era davvero lei.
Si trattava di un deepfake: un falso video realizzato attraverso l’intelligenza artificiale. «Potremmo definirla una truffa online versione 5.0, gestita interamente con l’AI, e perpetrata sempre più frequentemente anche nel nostro Paese», spiega a MF-Milano Finanza il direttore della Polizia Postale, Ivano Gabrielli. E a dimostrarlo sono i numeri.
Nei primi otto mesi del 2025 sono stati trattati 12 mila casi di truffe informatiche, per un totale di 143 milioni di euro sottratti alle vittime. «Il falso trading online si conferma senza ombra di dubbio la truffa nel mondo digitale più redditizia: sebbene i casi rappresentino il 29% del totale assorbono l’81% delle somme sottratte, pari a oltre quattro quinti delle perdite economiche del periodo», spiega il direttore Gabrielli.
Attraverso questa pratica, solo tra gennaio e agosto, i truffatori sono riusciti a sottrarre 116 milioni di euro ai malcapitati, cifra in crescita del 15% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. «A favorirne la proliferazione», continua il direttore, «è la bassa alfabetizzazione finanziaria, combinata con campagne ingannevoli talvolta potenziate dal deepfake».
«Al contrario di quel che si potrebbe pensare chi incappa in queste tipologie di truffe ha un’istruzione medio-alta e, ovviamente, disponibilità economiche importanti», spiega ancora il responsabile della Polizia Postale. «Molto spesso il percorso di investimento è oggettivamente credibile. Una prima fase di piccoli versamenti vincenti crea fiducia e incoraggia investimenti via via più consistenti: è in questo momento che la truffa si perfeziona: la piattaforma smette di funzionare, il broker diventa irreperibile e il capitale viene perso».
La modalità d’esecuzione si combina poi con la psicologia. «Si tratta di un percorso traumatico per la vittima e i truffatori sfruttano più e più volte sulla vulnerabilità delle persone». E questo si riflette nelle denunce che «avvengono o all’inizio della frode o alla fine, grazie all’aiuto di un familiare o di un affetto. Di contro questo genera un enorme difficoltà nel recupero delle somme da parte della Polizia».
Spaventa, in tutto questo, l’utilizzo smodato dell’intelligenza artificiale per perpetrare la truffa. «Dietro ci sono attività riconducibili a organizzazioni criminali, spesso di stampo internazionale», segnala Gabrielli, ricordando i recenti interventi per bloccare distretti frodatori in Italia, Albania e nel Sud est asiatico.
«Il problema è che il deepfake può rendere la truffa estremamente sofisticata: sfruttando l’AI sono stati riprodotti illegalmente siti di testate giornalistiche online necessari per diffondere video promozionali di investimenti finanziari o di trading online. In altri casi i deepfake vengono diffusi sui social network per raggiungere un numero maggiore di potenziali vittime».
Nel corso dell’anno anche il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ne è stato vittima con un video che sfruttava la sua immagine per pubblicizzare piattaforma abusive di trading. E non è l’unico, tempo fa finì clonato anche il governatore della Banca d’Italia Fabrio Panetta. I cybercriminali hanno usato l’immagine della premier Giorgia Meloni e il volto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nonché quello di Giovanni Ferrero, il patron dello storico marchio italiano.
Senza dimenticare che la Consob ha recentemente bloccato il sito Finivestonline.com che diffondeva pubblicità sul web per offrire servizi finanziari abusivi, facendo leva sui marchi Fininvest-Mediaset e su alcuni membri della famiglia Berlusconi.
L’azione delle Autorità è fondamentale: la Polizia Postale e Agcom possono essere attivati al primo contatto, la Consob ha il potere di oscurare i siti fraudolenti, l’Antitrust interviene contro pratiche commerciali scorrette e poco trasparenti, il Garante della Privacy agisce a difesa della tutela dei dati personali. Molto però resta nella capacità dei cittadini di non cadere nelle truffe architettate dai criminali digitali.
Riconoscere i deepfake può essere sfidante ma ci sono alcuni piccoli segnali che possono aiutare le persone ad accorgersene prima di diventare vittime, come suggerisce la Polizia postale sul suo sito. Se i movimenti degli occhi, battito delle ciglia, la direzione dello sguardo, sono innaturali o se in generale il corpo e la postura sono rigidi, si deve accendere un campanello d’allarme.
Bisogna inoltre prestare attenzione ai movimenti della bocca e alla sincronizzazione tra voce e labbra, difficile da rendere perfetta con l’AI. Sempre restando con la lente d’ingrandimento sulla zona della bocca, notare la definizione dei denti può aiutare a capire se si tratta di un clone realizzato con strumenti di intelligenza artificiale. Inoltre, solitamente nei deepfake si pone poca attenzione all’illuminazione e alle ombre degli o sugli oggetti. Così come agli sfondi dietro ai soggetti protagonisti delle immagini/dei video: spesso ci si può imbattere in deepfake qualitativamente elevati, ma bizzarri per il contesto che rappresentano.
Il problema per l’Italia è che il tasso di alfabetizzazione digitale è ancora troppo basso: «Siamo terzultimi in Europa» ha ricordato a MF-Milano Finanza, Guido Scorza, componente del Garante per la protezione dei dati personali. Il che quindi «rende inverosimile per gli italiani anche solo pensare all’ipotesi che quel video o quella foto o quell’audio siano strumenti usati da truffatori per ingannarli». D’altronde «se non sai che le macchine possono correre e raggiungere velocità elevate, non guardi con la giusta attenzione mentre attraversi la strada, seppur sulle strisce pedonali».
Oltre a dover lavorare sull’educazione degli utenti che utilizzano internet, serve una più stringente regolamentazione del processo stesso di «generazione di questi cloni (video/audio) perché una volta che sono in rete l’obiettivo per cui vengono usati può essere il più disparato, e non è controllabile». Ad oggi in pochi click è possibile replicare l’immagine o la voce di persone famose o meno. L’unico ostacolo da superare è un disclaimer che chiede all’utente «confermi di avere i diritti di utilizzo di questi dati biometrici», ma è ovvio che i truffatori «non esitino a eludere il problema rispondendo in senso positivo», spiega l’avvocato.
I fornitori di queste app basate sull’AI si «tutelano dietro lo scudo della neutralità del mezzo: io metto a disposizione il servizio poi come viene usato non si può considerare mia responsabilità». E va detto con franchezza che «certo questi non hanno interesse a mettere un freno al proprio giro di affari in un momento in cui questo servizio sta impennando a livello globale». La soluzione sarebbe quindi, secondo Scorza, un intervento regolamentare per «imporre ai fornitori di questi servizi di clonazione audio e video di introdurre una verifica che chi intende procedere alla duplicazione sia effettivamente il soggetto i cui dati anche biometrici sono utilizzati o, comunque, disponga dei necessari diritti». (riproduzione riservata)