Un’Europa ancora inconsapevole della pausa di Trump sui dazi assesta un colpo agli Usa. Più un avvertimento in realtà perché il primo pacchetto di contromisure, quello in risposta alle tariffe americane su acciaio e alluminio, vale solo 4 miliardi e sarà riscosso da martedì prossimo.
Il 9 aprile i rappresentanti dei governi, riuniti nel Comitato Barriere Commerciali, hanno approvato i quattro allegati contenenti i beni americani oggetto di tariffe: solo l’Ungheria ha votato no. La materia è di competenza esclusiva della Commissione e non si applica l’unanimità. Il voto di Budapest quindi non ha fermato la risposta europea, che poteva essere bloccata solo da una maggioranza qualificata contro.
Bisognerà aspettare invece il 16 maggio per i prodotti del secondo e del terzo allegato, più corposo visto che vale 13,5 miliardi, mentre l’ultima tranche da 3,5 miliardi su mandorle e semi di soia sarà riscossa dall’1 dicembre. Il totale fa 21 miliardi.
La dilazione serve per lasciare spazio alle trattative con Washington e Trump potrebbe averne preso nota visto che anche l’Ue ha beneficiato della sospensione. «Preferiremmo ricercare soluzioni negoziate con gli Stati Uniti equilibrate e reciprocamente vantaggiose», si legge nella nota.
Quindi le «contromisure possono essere sospese in qualsiasi momento se gli Usa accetteranno un esito negoziato equo». Ancora un’apertura, che potrebbe trasformarsi in qualcosa di più ora che il presidente americano ha portato i dazi per tutti al 10%, bloccandoli a questo livello per 90 giorni.
Finora Washington si è sempre sottratta alle trattative. Da settimane i rappresentanti Usa sostengono di non aver ricevuto il mandato necessario. Gli stessi funzionari ripetono ai colleghi europei che il vero obiettivo di Trump è la Cina e l’esclusione di Pechino dalla lista dei Paesi graziati, con annesso rialzo delle tariffe al 125%, sembra confermarlo.
Il problema è che il rinvio delle trattative con l’Ue rischia invece di favorire i cinesi. La presidente Ursula von der Leyen lavora da tempo per diversificare i mercati di sbocco (di recente ha visitato India e Asia Centrale) e proprio l’8 aprile ha parlato con il premier Li Qiang per riequilibrare le relazioni commerciali.
Un segnale a Trump, come lo è il via libero al primo pacchetto di controdazi al 25% e in casi limitati al 10%. Per redigerlo Bruxelles ha dovuto mediare tra gli Stati, quindi non tutte le richieste di esclusione sono state accolte per ripartire il peso delle misure tra tutti. L’Italia ha ottenuto l’eliminazione del whisky e così ha salvato il suo vino dalle tariffe al 200% minacciate dal leader repubblicano come ritorsione.
Il superalcolico americano è finito fuori dal primo allegato, che contiene i prodotti già sottoposti a dazio dall’Ue nel 2018 nel primo mandato di Trump, come riso, frutta, tabacco, calzature e vetro. Il secondo controbilancia l’aumento dei dazi sull’alluminio dal 10% di sette anni fa al 25% attuale, mentre gli allegati tre e quattro sono la risposta all’ampliamento delle tariffe ai prodotti derivati di acciaio e alluminio.
Ora non resta che replicare anche ai dazi al 25% sull’auto e a quelli reciproci al 20%, entrati in vigore ieri. La Commissione non ha fretta, soprattutto ora che Trump si è ammorbidito. In ogni caso l’Ue resta pronta a colpire i servizi forniti dalle aziende americane in Europa - settore in cui gli Usa sono in surplus commerciale - a partire dalle big tech. Contro i colossi Usa è alla studio una web tax, ma potrebbe essere utilizzata anche l’arma delle procedure antitrust.
Sul punto le posizioni sono diverse, con la Francia più combattiva e l’Italia meno per evitare un’escalation. Il 17 aprile Giorgia Meloni volerà a Washington per provare ad azzerare i dazi su entrambe le sponde dell’Atlantico, proposta già avanzata da Bruxelles per i beni industriali ma rigettata da Trump. La via negoziale insomma resta il piano A, ma in caso di muro è pronto lo strumento anti-coercizione, il bazooka che permette di escludere le aziende straniere dal mercato europeo. (riproduzione riservata)