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Alberto Nagel, ad di Mediobanca
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Ai soci Mediobanca un ritorno del 98% in sei anni. Basterà per Francesco Milleri e per Francesco Gaetano Caltagirone?

19 maggio 2023, 20:43 Ultimo aggiornamento: 20 maggio 2023, 11:21

Mercoledì 24 presenta il nuovo piano dopo aver battuto gli obiettivi del 2019 per masse e ricavi grazie alla notevole crescita organica e alle acquisizioni. Ma i soci forti Delfin (famiglia Del Vecchio) e Francesco Gaetano Caltagirone attendono al varco | Mediobanca rileva Arma Partners (operazioni per 85 miliardi) e cresce nell’M&A. Equita: diventa una super investment bank | Mediobanca apre l’archivio segreto su Montecatini-Edison. Nascita di un colosso fragile, capitalismo da galleria degli orrori

Il nuovo piano industriale di Mediobanca è in arrivo: sarà presentato mercoledì 24. L’appuntamento precedente risale al novembre 2019, appena tre anni e mezzo fa ma per piazzetta Cuccia (ma anche per il sistema bancario) è passata quasi un’era geologica.

Tre anni di cambiamenti

Nell’istituto guidato da Alberto Nagel innanzitutto sono cambiati profondamente gli equilibri di governance: la holding di Leonardo Del Vecchio, Delfin, è salita al 19,8% e di recente Francesco Gaetano Caltagirone ha ufficializzato di avere il 9,9% mentre sono usciti soci storici come Unicredit e Fininvest. La banca si è trovata a combattere contro i suoi stessi maggiori azionisti sul fronte triestino di Generali, di cui detiene il 13,1%, vincendo l’anno scorso la battaglia con la conferma del ceo Philippe Donnet.

Ma, soprattutto, il comparto finanziario ha dovuto gestire gli effetti di due cigni neri: prima la pandemia, poi l’invasione dell’Ucraina. Ora sul nuovo piano potrebbe ripartire la dialettica, aperta o sotterranea, con gli azionisti maggiori. Il numero uno di Delfin, Francesco Milleri, non ha dato aperture di credito in bianco: ha fatto sapere di voler analizzare il piano in profondità, da «azionisti di lungo periodo».

La strategia di Nagel

Nagel dalla sua può far valere i numeri. Anche in un periodo così complesso Mediobanca è riuscita a raggiungere e in alcuni casi a superare gli obiettivi del vecchio piano in scadenza. Un piano che si muoveva in continuità con le direttrici tracciate da Nagel nel corso del decennio. Seguendo la pars destruens della strategia, l’istituto ha liquidato gran parte delle partecipazioni societarie, conservando solo quel 13,1% di Generali da cui deriva ancora una significativa quota di profitti (e che l’effetto positivo contabile dal cosiddetto Danish Compromise incentiva a conservare).

Dal 2016 il focus si è spostato sulla pars construens, cioè la progressiva diversificazione delle fonti di ricavo per aumentare i profitti e ridurre il profilo di rischio. Abbandonato l’assetto di holding di partecipazioni, l’obiettivo è stato stabilizzare le commissioni agganciandole ad attività tradizionalmente meno volatili rispetto alla tradizionale attività di investment banking. Il modello ha consentito di mantenere un’elevata base patrimoniale (Cet1 15,4%) e di accrescere il divario di redditività con le banche universali, con un Rote al 13% rispetto a una media del 4-6%. I risultati? Nei primi nove mesi dell’esercizio 2022-23 Mediobanca ha registrato il livello più alto mai raggiunto di ricavi (2,42 miliardi) e di utile semestrale (790 milioni).

L’andamento del Cib

Vediamo più nel dettaglio le singole divisioni. Il Corporate e Investment Banking (Cib) ha registrato nei nove mesi un +14% nei ricavi a 565 milioni e una redditività del 14%, anche se l’utile netto è lievemente in calo per le maggiori rettifiche di valore.

La divisione è cresciuta per linee sia interne che esterne. Nel 2019 c’è stata l’acquisizione per 160 milioni della boutique francese Messier Maris & Associés, protagonista come advisor di importanti transazioni Oltralpe e nell'ultimo bilancio annuale arrivata al record di ricavi (63 milioni), anche se poi il banker Erik Maris ha lasciato.

È di giovedì 18 invece l’annuncio di aver comprato la società di consulenza inglese Arma Partners con un deal che peserà a bilancio per 150 milioni, pari a 30 punti base di Cet1. Il Cib è stato inoltre potenziato con alcuni innesti apicali, come Giuseppe Baldelli (co-head of Global Cib) e l’ex ceo di Lloyds Banking Antonio Horta-Osorio.

I numeri del wealth management e del credito al consumo

Il piano in scadenza ha spinto molto anche sul wealth management. Lanciata nel 2016, la divisione ha accelerato grazie all’integrazione sinergica tra le attività di corporate finance e la gestione dei grandi patrimoni privati. Oggi garantisce un ritorno sul capitale al 36% e contribuisce per il 25% circa ai ricavi della banca (16% nel 2016). E nei nove mesi 2022-23 il gruppo ha raggiunto gli 85 miliardi di masse (oltre gli obiettivi di piano che prevedeva di arrivare a 83) con commissioni in aumento anno su anno.

Anche Compass, come il Cib, è cresciuta per linee esterne. La divisione di credito al consumo (che ha raggiunto nei nove mesi impieghi per oltre 14 miliardi) ha recentemente comprato il 19,5% della fintech svizzera HeidiPay e il 100% dell’Italia Soisy per crescere nel Buy-now-pay-later.

Le notizie sono state positive anche per gli azionisti che, con l’eccezione del 2020, hanno ricevuto cedole in crescita: il total shareholder return è del 98% in sei anni. I prossimi tre anni saranno cruciali. Lo sa Nagel e lo sa Milleri. (riproduzione riservata)



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