Ernesto Maria Ruffini lascia la guida delle Entrate. Dopo settimane di polemiche sul suo presunto attivismo politico e i rumor sul suo potenziale ruolo di federatore del centrosinistra, in un’intervista al Corriere della Sera il numero uno dell’Agenzia annuncia di aver presentato le dimissioni da presidente nelle mani del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.
«È l’unico modo per rimanere me stesso, non mi era mai capitato di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato», ha spiegato al quotidiano di via Solferino, per poi smentire l’intenzione di scendere in campo: «Non scendo e non salgo da nessuna parte: scendo e basta, torno a fare l’avvocato».
«Gli auguriamo buona fortuna per le sue evoluzioni future», commenta sarcasticamente con i cronisti di Montecitorio il presidente della commissione Finanze della Camera Marco Osnato (Fdi). Gli fa eco dal Senato il capogruppo Fi, Maurizio Gasparri: «Bene ha fatto a sgombrare il campo, perché le sue iniziative politiche erano palesi e difficilmente conciliabili con il ruolo che svolgeva». Più in sintonia con le opposizioni, invece, la reazione del leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «Sono sinceramente dispiaciuto, l’amministrazione perde non solo un funzionario capace ed efficiente, ma anche un uomo di valore».
Altra stoccata dalla maggioranza arriva con una nota caustica della Lega, contrariata dalle sollecitazioni inoltrate nelle ultime settimane dall’Agenzia ai contribuenti per invitarli ad aderire al concordato preventivo biennale: «A Ruffini auguriamo le migliori fortune – si legge – ma ben lontano dai portafogli degli italiani: un conto è contrastare chi non vuole pagare le tasse e un altro è intimidire i contribuenti che hanno rispettato le regole con oltre tre milioni di lettere inviate sotto Natale».
Per la successione di Ruffini, iniziano già a circolare i nomi il capo delle Dogane Vincenzo Alesse, il numero due della divisione Contribuenti delle Entrate Vincenzo Carbone e (ipotesi più remota) la consigliera Consob, Gabriella Alemanno.
L’uscita anticipata di Ruffini va a rimpolpare la lista (che inizia a farsi lunga) di figure istituzionali dimissionarie nella legislatura in corso. A fare clamore nei mesi scorsi il passo indietro «sollecitato» di Biagio Mazzotta da Ragioniere Generale dello Stato: le malcelate frizioni con il titolare del Mef sulla gestione del buco generato nei conti pubblici dal Superbonus sono deflagrate a fine luglio, quando Mazzotta ha infine ceduto il passo alla numero uno del Legislativo Mef Daria Perrotta per assumere la presidenza di Fincantieri.
Poche settimane prima, le porte scorrevoli tra istituzioni e partecipate di Stato si erano aperte per consentire l’ingresso in Saipem della Segretaria Generale dello Stato Elisabetta Serafin, che a metà maggio ha assunto la presidenza del gruppo energetico lasciando il testimone dopo tredici anni di onorato servizio a Palazzo Madama a Federico Toniato.
Nel totonomi della vigilia per la successione di Silvia Merlo su quella poltrona era finito anche Francesco Talò, ex consigliere diplomatico di Giorgia Meloni giubilato a malincuore dalla premier nel novembre 2023 dopo la telefonata trabocchetto del duo comico russo Vovan-Lexus non filtrata a dovere dagli uffici di Palazzo Chigi.
A inizio 2023 si era registrata un’altra scossa in via XX Settembre a seguito delle dimissioni dell’allora direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, «licenziato» in diretta tv da Giorgia Meloni durante una risposta data a MF-Milano Finanza nel corso della prima conferenza di fine anno nelle nuove vesti di premier, nel dicembre 2022.
A sostituire Rivera, emigrato in Bain Capital da senior advisor per l’Europa, era stato poi chiamato Riccardo Barbieri Hermitte. Un avvicendamento avvenuto in concomitanza con l’iter di riforma dell’organigramma del Mef e la creazione di una nuova direzione generale per l’Economia separata dal Tesoro, affidata a Marcello Sala.
Nella primavera 2024, lo spacchettamento della poltrona di Rivera ha finito per generare molta incertezza (e non pochi mal di pancia) su chi dovesse entrare nel nuovo cda della gestione separata di Cassa Depositi e Prestiti: un inedito scenario da «una poltrona per due» fuori stagione nel quale ad avere la meglio era stato poi Barbieri Hermitte. (riproduzione riservata)