Make America Great Again. La reazione «di pancia» dei mercati ha sposato perfettamente lo slogan e la politica economico-finanziaria promessa da Donald Trump, che dal 20 gennaio 2025 tornerà a essere il presidente degli Stati Uniti. Il protezionismo e l’inasprimento dei dazi commerciali, ma anche deregulation e riduzione delle tasse, oltre all’espansione del deficit pubblico: tutte promesse elettorali pensate per favorire i prodotti e l’economia statunitense a discapito di tutti gli altri Paesi, Italia ed Europa comprese. I primi effetti del programma di Trump si sono già visti sui listini mondiali.
A festeggiare è stata Wall Street: alle 18 dell’8 novembre, quindi in poco più di due sedute, il Nasdaq aveva guadagnato il 4,5%, lo S&P il 3,7% e il Dow Jones il 4,2% ritoccando anche il record storico sopra quota 44 mila punti. Le tre sedute dalla vittoria di Trump contro Kamala Harris, invece, hanno visto una contrazione di tutte le principali borse europee. La peggiore è stata Madrid, che ha perso il 2,43% in tre giorni, seguita da Piazza Affari (-1,9%). Più limitate le perdite per Londra (-1,22%), Parigi (-0,92%) e Francoforte (-0,22%).
Movimenti che Gabriel Debach, italian market analyst di eToro, giudica «prematuri perché Trump si insedierà tra oltre due mesi», ma che lanciano dei segnali. L’America First, infatti, «metterà l’economia americana in una posizione di chiaro vantaggio rispetto all’Europa, appesantita dalla debolezza economica e da una crescente incertezza politica», aggiunge Antonio Cavarero, head of investments di Generali Asset Management.
Ma dove potranno sorgere le maggiori opportunità sui listini americani? Per Aldo Martinale, senior equity portfolio manager di Symphonia sgr, «il comparto industriale e quello finanziario dovrebbero essere tra i principali beneficiari della nuova amministrazione, mentre l’energia rinnovabile è destinata a essere penalizzata».
Negli Usa «ci saranno dei settori svantaggiati come chi fa uso di semilavorati», aggiunge Marco Piersimoni, co-head euro multi asset di Pictet Asset Management, mentre al contrario saranno favorite «le società ad alta tassazione marginale e che beneficiano della deregulation», come quelle attive nei settori «finanziari, energetico/estrattivo e farmaceutico». Debach segnala anche il trasporto aereo, sostenitore della campagna di Trump e che «con l’aumento del potere d’acquisto dettato dal dollaro forte potrebbero vedere anche un miglioramento del business».
Inevitabile poi che la presenza negli Usa diventi un fattore fondamentale per le società europee e italiane per limitare l’impatto dei dazi. «Sono da preferire quei titoli che, sia in termini di ricavi che di produzione in loco, hanno un’elevata esposizione negli Stati Uniti», racconta Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte.
Tra quelli «meglio posizionati» per Intermonte ci sono «Diasorin, per presenza (oltre 50% dei ricavi in Usa) e potenziale deregolamentazione e rimodulazione di sussidi sui farmaci. Buzzi, che ha un’esposizione importante negli Usa che compenserebbe i possibili dazi sulle importazioni dal Messico, e Tenaris, per le aspettative di un’accelerazione delle attività estrattive in Nord America». Allargando lo sguardo all’Europa, «il settore della difesa potrebbe essere favorito», ricorda Cavarero vista la necessità di incrementare le spese militari e il possibile cambio di gestione della guerra in Ucraina da parte di Trump.
La politica economica di Trump avrà ripercussioni anche su inflazione e mosse della Fed. Ipotizzare un carovita superiore al 2% a fine 2025 con l’applicazione completa dell’agenda Trump «è ragionevole», osserva Piersimoni, che evidenzia come «i tagli della Fed nel 2025 potrebbero essere minori» rispetto ai quattro da 25 punti prospettati dallo stesso Powell. «Il mercato già ora ne sconta solo due», conclude l’esperto di Pictet. Le conseguenze sui titoli bancari e sul dollaro non saranno da sottovalutare. Mentre andranno verificati «gli effetti sul lungo termine, considerato che la politica di Trump dovrebbe basarsi su un importante deficit pubblico con conseguente aumento di emissioni governative».
Nell’agenda Trump, infine, dovrebbe esserci una grande attenzione per le criptovalute, su tutti il bitcoin. Non è un caso che la cripto più famosa al mondo abbia toccato nuovi livelli record oltre i 76 mila dollari, sia salita di quasi il 10% in poco più di 48 ore e che i volumi sugli etf si siano rialzati dopo la vittoria del tycoon. «Qualcuno ha fissato il target a 88 mila dollari», sottolinea Debach. «È il sintomo di come per il bitcoin ci sia spazio per correre ancora. Altre criptovalute su cui puntare? L’interesse al momento è sulle altcoin a maggior capitalizzazione, come ethereum».
L’età dell’oro era già iniziata da tempo. Wall Street è entrata in clima di festa prima ancora che l’elezione di Donald Trump fosse certa, quando ancora si parlava di testa a testa con Kamala Harris. Le borse Usa correvano da mesi, come dimostra il +25% messo a segno dall’S&P 500 da inizio anno. Il Nasdaq ha fatto meglio (+28%) e venerdì 8 novembre il Dow Jones ha aggiornato i massimi, superando per la prima volta 44 mila punti.
L’età dell’oro era già iniziata anche per i Magnifici 7 ed è probabile che prosegua sotto la presidenza Trump. I giganti del tech sembrano indifferenti ai timori di una guerra commerciale con la Cina, a cui gli Usa negano da anni l’accesso ai chip più avanzati per motivi di sicurezza nazionale.
Un divieto che non ha impedito a Nvidia di tornare in vetta a Wall Street, davanti ad Apple, con una capitalizzazione di 3.600 miliardi. Il settore è in salute, come testimoniano le ultime trimestrali (quasi tutte le big tech hanno battuto le attese su ricavi e profitti) e chi è caduto in borsa lo ha fatto solo per gli ingenti investimenti nell’AI, tecnologia comunque artefice del rally delle azioni tech.
Sotto questo punto di vista il nuovo presidente non sembra un ostacolo. Anzi, i giganti della Silicon Valley sono pronti ad approfittare delle minori regole promesse dai repubblicani. E chissà che l’Antitrust americano e il Dipartimento di Giustizia non adottino un atteggiamento più morbido verso le big tech, invece di portare avanti la battaglia legale per spezzettare Google.
Si comprendono allora le diverse reazioni rispetto alla prima elezioni di otto anni fa. Questa volta quasi tutti i ceo dei colossi tech (si dice che tra Mark Zuckerberg e Trump non ci sia grande affinità) sono corsi a complimentarsi con il leader dei repubblicani. Garantisce Elon Musk, artefice principale del ritorno del tycoon alla Casa Bianca. E allora perché frenare la corsa di Wall Street? Soprattutto ora che sui mercati è finita l’incertezza sull’identità del 47° presidente degli Usa. La volatilità è tornata sotto controllo (l’indice Vix è sceso a 14 punti, a un passo dalla media storica) e così le borse americane sono tornate a macinare record.
Su Jp Morgan, giù Bbva. Il giorno dell’elezione di Donald Trump i titoli della più grande banca americana e di uno dei principali istituti europei hanno preso una direzione opposta: Jp Morgan ha guadagnato l’11,5%, mentre Bbva ha perso il 6,6%. Non si è trattato di un caso. Gli analisti sono convinti che il programma di Trump avrà ripercussioni anche sulle banche, che potrebbero seguire il solco già tracciato dalle borse: nuovi record per Wall Street, retromarcia per gli indici Ue.
In America i dazi rischiano di risollevare l’inflazione (Lombard Odier se l’aspetta al 3,5-4%) perché renderanno i prodotti importati più costosi. In Europa invece potrebbero rallentare la crescita visto che si abbatteranno su economie incentrate sull’export. Fed e Bce reagirebbero all’opposto: meno tagli dei tassi negli Usa e più sforbiciate in Ue. Due scelte che sui bilanci si traducono in più margine d’interesse per le banche statunitensi e meno per le europee.
Ma non finisce qui. Per gli analisti i tagli delle tasse e il massiccio aumento della spesa pubblica prospettati dai repubblicani forniranno ulteriore benzina al pil americano, già in forte crescita (nel terzo trimestre è salito del 2,8%). Un’economia più tonica rafforzerebbe ancora il dollaro, che dopo il voto ha toccato i massimi da due mesi riportando l’euro a 1,07.
Questo scenario gioverebbero alle banche europee con la più alta percentuale di ricavi nella valuta americana, come quelle svizzere e quelle internazionali britanniche e francesi. Ma colpirebbe gli istituti Ue con una maggiore presenza in Sud America. Bbva ad esempio è ben radicata in Messico, che garantisce il 50% degli utili. Il Paese è tra i più esposti ai dazi e la sua moneta, il peso, è ai minimi da due anni. Ecco spiegata la frenata in borsa.
Trump potrebbe fornire anche un ultimo assist alle banche americane. I repubblicani hanno promesso meno regole, che nel mondo del credito significa maggiori deroghe a Basilea III. L’accordo internazionale impone di innalzare i requisiti di capitale ed è già stato approvato in Europa. Negli Usa invece il Congresso ha bocciato la prima versione più rigida e ora deve pronunciarsi sulla seconda più light. Trump potrebbe pretendere un ulteriore ammorbidimento e così le banche statunitensi si ritroverebbero con dei requisiti di capitale più vantaggiosi di quelle europee. In concreto vorrebbe dire più risorse per i prestiti e quindi più margine d’interesse.
Qualcuno negli Stati Uniti, come Goldman Sachs, le ha definite come «le grandi perdenti», vista la possibile (se non probabile) riduzione della potenza di fuoco che Inflation Reduction Act e credito d’imposta comporteranno.
Ma lo scenario per le utility europee potrebbe essere completamente diverso. La reazione di pancia del mercato è stato un ritracciamento generalizzato per i titoli europei nelle prime sedute dopo la vittoria di Donald Trump: l’Euro Stoxx Utilities ha corretto in modo severo giovedì (da 394 a 382 punti in una sola seduta), tornando a livelli inferiori rispetto a quelli a cui aveva aperto l’anno. Stessa sorte per Enel, approcciatasi all’Election day americano intorno ai 7 euro e tornato a 6,7 euro dopo il bis di Trump.
«Ritracciamenti eccessivi per diversi motivi», sostiene Gabriel Debach, italian market analyst di eToro. «In primo luogo, per quanto possa esserci un’esposizione al mercato americano, come può essere per Enel, il business delle utility è per definizione locale e il business, come testimoniano gli ultimi risultati, è solido». Se la correzione verso il basso del settore continuerà, insomma, «potrebbe trasformarsi in un’opportunità da valutare con attenzione» anche per quanto riguarda i titoli italiani, continua Debach.
Inoltre «è difficile immaginarsi un cambio di rotta sostanziale di Bruxelles sulle politiche energetiche adottate negli ultimi anni», prosegue Debach. Anzi, gli Stati Uniti, grazie anche ai miliardi di dollari dell’Ira, avevano attirato investimenti e garantito un vantaggio al mercato americano del settore rispetto all’Europa.
Una eventuale riduzione degli incentivi fiscali ed economici potrebbe far dirottare investimenti legati a energie rinnovabili nuovamente sul Vecchio continente, con eventuali possibili ricadute positive per i gruppi europei. Per fare un esempio, come aveva raccontato MF-Milano Finanza, il progetto della gigafactory 3Sun Usa di Enel è rimasto in stand by anche in attesa dei risultati delle elezioni americane e delle decisioni sull’Ira.
Le curve dei rendimenti tra il mercato obbligazionario europeo e quello americano sono destinate ad allontanarsi, ma su entrambi i fronti potrebbero aprirsi le opportunità di investimento.
Il punto di partenza è l’intenzione del prossimo inquilino della Casa Bianca di adottare politiche di spesa pubblica molto dispendiose e una politica economica basata su protezionismo e dazi. Sul Treasury Bond «questo può portare a un rialzo ulteriore dei tassi sulle scadenze medio-lunghe, con la possibilità di arrivare fino al 5% sul comparto decennale», spiega Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte. «Il rialzo - prosegue il manager - potrebbe in parte interessare anche l’area euro, ma in forma molto più contenuta», incluso il Btp.
I governativi europei, inoltre, dovrebbero essere «supportati da una Bce necessariamente più colomba», aggiunge Aldo Martinale, senior equity portofolio manager di Symphonia sgr, per contrastare le possibili conseguenze negative per l’economia del Vecchio Continente dei dazi promessi da Trump. Tra obbligazionario europeo e americano per il money manager «la preferenza va alla curva europea, in particolare sul tratto a medio-lungo termine tedesco e a breve del Btp», mentre per il Treasury «è preferibile attendere un punto d’ingresso più elevato in termini di rendimenti».
Anche perché anche sull’obbligazionario Usa peserà il rischio cambio generato da un dollaro destinato ad apprezzarsi con il protezionismo di Trump. Una politica che potrebbe avere effetti, per quanto su scala differente, non solo Oltreoceano.
Non a caso Cesarano suggerisce anche un altro tipo di obbligazioni statali: «In un portafoglio diversificato potrebbe comunque essere utile inserire gradualmente anche Btp legati all’inflazione, per tenere conto del rischio di un rimbalzo del carovita causato principalmente dalle minacciate politiche protezionistiche americane». Nel mondo del credito societario di qualità, invece, l’approccio dovrà necessariamente «essere più selettivo in termini di settori, monitorando con cura i rischi su segmenti come l’automotive», conclude Martinale.
Finora è una delle poche vittime delle elezioni Usa. Dopo la vittoria di Donald Trump l’oro sembra essersi scucito la veste di bene rifugio. L’incertezza sul voto aveva alimentato la marcia trionfale del metallo prezioso, che a fine ottobre era arrivato a 2.800 dollari l’oncia. Poi gli americani hanno scelto il presidente e l’oro è indietreggiato a 2.700 dollari l’oncia. Il futuro è un rebus.
Il metallo giallo non dà rendimenti, quindi sarà penalizzato se quelli dei titoli di Stato saliranno ancora. Circostanza plausibile, soprattutto se la Fed taglierà meno i tassi per contrastare le politiche inflazionistiche di Trump.
Per gli analisti si prospetta una fase di consolidamento, ma il rally dovrebbe ripartire più avanti. «L’oro è stato uno degli asset di rischio vincenti del 2024, con guadagni vicini al 30%», ricorda Marco Piersimoni, co-head euro multi asset di Pictet Asset Management.
«Una fase di assestamento è fisiologica, ma il trend di fondo sembra intatto. Da quando è aumentato il rischio geopolitico le banche centrali, soprattutto quelle di Russia e Cina, hanno aumentato l’allocazione in oro per proteggersi dal rischio sanzioni. E finché le condizioni di fondo non cambieranno è difficile prevedere un’inversione di tendenza per l’oro».
Nuovi rally in vista per il metallo prezioso. Con il suo programma elettorale, però, Trump ha ridato smalto a un altro bene rifugio, che rischia di oscurare l’oro. Protezionismo, maggiore spesa pubblica e taglio delle tasse favoriranno l’economia Usa, la cui crescita dovrebbe rafforzare ancora il dollaro. Il biglietto verde non ha perso tempo ed è già tornato ai massimi da due mesi. Ora l’euro si aggira intorno agli 1,07 dollari, un punto di arrivo o di partenza?
I dazi promessi da Trump e la stretta sui migranti, che ridurrà le braccia a buon mercato, potrebbero riaccendere l’inflazione (Lombard Odier se l’aspetta al 3,5-4%). E allora la Fed sarà costretta a fermarsi in zona 4% (dopo il taglio di giovedì 7 novembre i fed funds sono scesi al 4,5-4,75%).
Il dollaro ne gioverà nel breve termine e secondo gli analisti dovrebbe riprodurre l’andamento della prima elezione di Trump: a fine 2016 il cambio è passato da 1,1 a 1,04, per poi ritrovarsi a 1,2 a dicembre 2017. Questa volta, invece, potrebbe scendere a 1,05-1,06 entro fine anno, per ritornare in area 1,13-1,15 nel 2025 a causa dell’aumento del debito pubblico.
«Se Trump attuerà davvero le sue promesse elettorali, il dollaro resterà forte ancora per qualche tempo, anche perché la Fed potrebbe non tagliare i tassi quanto atteso», spiega Antonio Cavarero, head of investments di Generali Asset Management. «Nel frattempo la debolezza del ciclo economico disincentiverà gli investimenti in Ue e aggiungerà pressione all’euro, anche per via dei tassi Bce più bassi». (riproduzione riservata)