L’escalation della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sta mettendo sotto forte pressione anche il settore dell’aviazione. Lunedì 9 marzo i titoli delle compagnie aeree asiatiche hanno registrato pesanti ribassi, mentre il prezzo del petrolio è balzato del 20%, raggiungendo il livello più alto dal luglio 2022.
Un aumento dei prezzi dell’energia che unito alle difficoltà operative causate dal conflitto in Medio Oriente, sta aggravando una situazione già complessa per le compagnie aeree, che devono fare i conti con spazi aerei ridotti e rotte più lunghe.
Con gran parte dello spazio aereo mediorientale chiuso per il rischio di missili e droni, infatti, molte compagnie sono state costrette a modificare le rotte. I voli devono spesso trasportare più carburante o effettuare scali aggiuntivi per sicurezza, aumentando ulteriormente i costi operativi.
La situazione è particolarmente critica perché i grandi hub del Golfo, come Dubai, Abu Dhabi e Doha, rappresentano snodi fondamentali per i collegamenti tra Europa, Asia e Oceania. Normalmente, Emirates, Qatar Airways ed Etihad trasportano circa un terzo dei passeggeri tra Europa e Asia e oltre la metà di quelli diretti verso Australia e Nuova Zelanda.
Un dato su tutti: per le compagnie aeree il carburante rappresenta la seconda voce di costo dopo il lavoro e incide normalmente tra il 20% e il 25% delle spese operative.
Parallelamente al rialzo del petrolio, il prezzo del carburante per jet è aumentato ancora più rapidamente. Secondo gli analisti, il costo del cherosene per aviazione è salito di oltre l’80% dopo gli attacchi aerei statunitensi e israeliani contro l’Iran e le conseguenti tensioni nella regione del Golfo.
Prima degli attacchi il prezzo del jet fuel nel nord-ovest dell’Europa era di circa 830 dollari a tonnellata. In pochi giorni è schizzato a oltre 1.500 dollari, il livello più alto dal 2022, quando il mercato energetico fu sconvolto dall’invasione russa dell’Ucraina.
Non solo. Bisogna considerare anche che il Medio Oriente è una fonte chiave di carburante per l’aviazione: circa il 50% delle importazioni europee proviene dalla regione e gran parte dei rifornimenti passa attraverso lo Stretto di Hormuz, che in questo momento risulta di fatto bloccato.
Un singolo impianto, la raffineria di Al-Zour in Kuwait, fornisce da solo circa il 10% delle importazioni europee di jet fuel.
L’impatto sui mercati finanziari è stato immediato. Le azioni di diverse compagnie aeree asiatiche hanno perso tra il 4% e oltre il 10%. Tra le più colpite figurano Qantas Airways, Air New Zealand, Cathay Pacific, Japan Airlines e Korean Air, insieme ai grandi vettori cinesi China Southern e China Eastern.
Anche in India il settore ha subito forti vendite: IndiGo ha perso il 7,5%, mentre SpiceJet ha registrato un calo del 5,6%.
Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, fino all’8 marzo sono stati cancellati oltre 37.000 voli da e verso il Medio Oriente, secondo i dati della società di analisi Cirium.
Molti viaggiatori rimasti bloccati nella regione stanno pagando cifre molto elevate per lasciare l’area, ricorrendo a voli charter, jet privati o viaggi via terra verso aeroporti meno colpiti. In alcuni casi, aerei di linea sono stati scortati da caccia militari.
Ma l’impennata dei costi potrebbe presto riflettersi sui prezzi generali dei biglietti. Scott Kirby, amministratore delegato della compagnia statunitense United Airlines, ha dichiarato che il caro carburante avrà un «impatto significativo» sui prossimi risultati finanziari della società e ha suggerito che l’aumento delle tariffe potrebbe arrivare «piuttosto rapidamente».
Anche l’agenzia di rating Fitch ha avvertito che le compagnie aeree sono «destinate a risentire dell’aumento dei prezzi del carburante». Alcuni vettori europei ad oggi, tra cui British Airways, Virgin Atlantic, EasyJet e Ryanair, hanno parzialmente protetto i costi tramite strategie di copertura finanziaria, che permettono di fissare in anticipo il prezzo del carburante. Tuttavia molte compagnie statunitensi non utilizzano più questi strumenti da anni e potrebbero essere più esposte agli aumenti immediati.
Se i prezzi del carburante resteranno elevati, le compagnie aeree potrebbero trasferire parte dei costi sui passeggeri proprio mentre si avvicina la stagione estiva.
Gli esperti del settore dei viaggi sottolineano che le tariffe aeree incorporano normalmente il costo del carburante. Per questo, se il caro energia continuerà, i prezzi dei voli potrebbero aumentare nei prossimi mesi, aggravando la spesa delle famiglie già colpite dall’inflazione.
Chi ha già acquistato un biglietto, tuttavia, non dovrebbe ricevere costi aggiuntivi: il prezzo pagato al momento della prenotazione deve rimanere quello finale.
Secondo Confesercenti il calo dei flussi dalle regioni interessate farebbe calare di 1 miliardo di euro la spesa per le vacanze in Italia nei prossimi due mesi. Inoltre, oltre al caro greggio, anche la raffica di richieste di rimborsi per i voli annullati si tradurrebbero in un rialzo dei biglietti aerei da parte delle compagnie. (riproduzione riservata)