Mondo del calcio in lutto per la scomparsa di Gigi Riva. La leggenda del Cagliari dello scudetto si è spenta all’età di 79 anni all’ospedale Brotzu del capoluogo sardo, dove si trovava sotto osservazione nel reparto di Cardiologia dopo aver accusato un malore in casa.
Nato a Leggiuno (Varese) il 7 novembre 1944, si era trasferito in Sardegna nel 1963 per vestire i colori rossoblu: nel giro di sette anni, Riva riuscì nella leggendaria impresa di portare il Cagliari dalla Serie B alla conquista del primo (e finora unico) tricolore della sua storia: il 12 aprile 1970, con la vittoria interna per 2-0 sul Bari, i sardi raggiunsero un traguardo mai più eguagliato. Fu allora, secondo alcuni, che si compì la vera unità d’Italia. Nel segno del pallone.
Corteggiato dalle big (compresa l’Inter del suo idolo Lennart Skoglund), rifiutò più volte le «allettanti promesse» di Giampiero Boniperti che, pur di portarlo alla Juventus, era pronto a versare un miliardo di lire: non proprio bruscolini, per l’epoca. Ma per lui contava molto di più l’affetto di un popolo che lo aveva accolto come un figlio (era orfano di padre dall’età di nove anni, e perse la madre a 16 anni) dei miliardi degli Agnelli: l’amore, si sa, non si compra.
Rombo di tuono (così lo aveva battezzato Gianni Brera dopo averlo visto in azione con il suo sinistro letale a San Siro, nell’ottobre del ‘70: un 1-3 leggendario alle spese dell’Inter) chiuse la carriera a Cagliari nel 1976: la sua ultima apparizione in campo fu contro il Milan al Sant’Elia (già Amsicora), il 1° febbraio. Una partita funestata dallo strappo all’adduttore destro rimediata inseguendo un «banale» pallone per sottrarlo alle grinfie dello stopper avversario Aldo Bet.
Non solo Cagliari nella sua vita. Con 35 reti all’attivo, Gigi Riva rimane ancora oggi il miglior cannoniere della Nazionale italiana. Alla patria calcistica, Rombo di Tuono immolò entrambe le gambe: la prima – il perone sinistro – in amichevole contro il Portogallo nel marzo ‘67. La seconda contro l’Austria nell’ottobre del ’70, complice un’entrata ai limiti del codice penale da parte del terzino Norbert Hof, passato non a caso alle cronache sportive con l’appellativo di «boia del Prater». Della Nazionale Riva fu anche accompagnatore e team manager, seguendo gli Azzurri in sei mondiali, da quello casalingo del ‘90 a quello del 2010 passando per la vittoria del 2006 sotto il cielo di Berlino.
Timido e schivo come l’amato Fabrizio De André (celebre l’incontro fra i due nel settembre del ‘69, in occasione di una trasferta dei cagliaritani contro il Genoa: «Cominciammo con un paio di bicchieri di whisky, sennò nessuno parlava», racconterà anni dopo), Gigi Riva lascia un vuoto incolmabile non solo nella sua famiglia ma in un popolo intero: sessanta milioni di tifosi che oggi piangono la scomparsa di una leggenda.