La volatilità sui mercati finanziari continua a ridursi per il terzo giorno consecutivo. Sul fronte del mercato obbligazionario, i rendimenti del Btp decennale sono fermi all’1,909%, mentre quelli del Bund restano intorno al +0,380%. Parlando dei temi macroeconomici e di politica monetaria, ieri la Fed ha aumentato i tassi di interesse sui fondi federali dello 0,25%, oltre che ad aver aumentato di 25 punti base anche l’interesse che paga alle banche sulle riserve obbligatorie. Tuttavia, discutendo con Samuele Barni, consulente finanziario di Copernico Sim, seppure i tassi siano stati alzati, non va dimenticato che in questi ultimi due anni il governo Usa ha iniettato molta liquidità -circa 7 trilioni di dollari- all’interno dell’economia reale per sostenere il mercato del lavoro (dal piano infrastrutturale dello scorso novembre, al piano della scorsa settimana per rendere il più autonoma possibile l’economia americana). Quello di ieri è, di fatto, solo un primo processo di normalizzazione dei tassi, che secondo le proiezioni pubblicate ieri potrebbe portare ad aumentare il costo del denaro fino al 3% in due anni. Il compito della Fed di cercare di riportare l’economia alla stabilità dei prezzi non sarà semplice; secondo alcuni analisti l’essere in grado di guidare l’inflazione al ribasso dai massimi di 40 anni senza incidere pesantemente sui livelli di occupazione (e confidando solo su una forte ripresa economica) potrebbe essere un forte azzardo, viste anche le molte analisi di scenario che stimano un Pil Usa nel medio termine in sofferenza. Da notare infatti che il mondo obbligazionario, da sempre collegato ad aspettative di futura crescita -soprattutto a più lungo termine- è ancora fermo in un trend decrescente.