CultureWes Gordon: «Il mio omaggio alle donne dell’arte per Carolina Herrera»
«La ricerca è partita da Peggy Guggenheim e si è poi ampliata a tante protagoniste del panorama artistico», racconta a MFF il designer del marchio di Puig. Che cita la fondatrice, figura forte e creativa e i progetti della maison nell’art world, dal sostegno alle mostre fino alle borse di studio. «Il nostro è un impegno reale, non solo estetico»

Da Peggy Guggenheim, una delle più grandi collezioniste del ’900, fino alle friends of the house Amy Sherald, Rachel Feinstein e Mickalene Thomas, chiamate a sfilare sulla passerella fall-winter 2026/27 di Carolina Herrera. È l’omaggio di Wes Gordon alle donne dell’arte: pittrici, scultrici, fotografe, galleriste, curatrici e collezioniste celebrate sia come ispirazione che modelli in carne e ossa. «Donne con uno spirito creativo molto forte, che spesso esprimono anche attraverso il modo di vestire», racconta a MFF il direttore creativo della maison del gruppo spagnolo Puig. Che cita la fondatrice e nella collezione dosa volumi e lunghezze, con in testa una figura femminile dinamica, reale. «Volevo trasmettere pragmatismo e un sense of ease, costruendo un vero guardaroba per questo tipo di donna creativa», afferma.
Da dove nasce l’ispirazione per questa stagione?
È un omaggio alle donne dell’arte: pittrici, scultrici, fotografe, galleriste, curatrici, collezioniste. Donne con uno spirito creativo molto forte, che spesso esprimono anche attraverso il modo di vestire. La ricerca è partita da Peggy Guggenheim e si è poi ampliata a tante figure femminili del panorama artistico.
In passerella abbiamo visto alcune ospiti speciali.
Sì, ho voluto invitare sette donne che sono amiche o che ammiro profondamente a sfilare. Tra loro Amy Sherald, Rachel Feinstein e Mickalene Thomas. È stato il tocco finale del progetto. Mi piace l’idea che una proposta così ampia e diversificata permetta a donne molto diverse tra loro di trovare un capo Herrera che le rappresenti davvero.

Il fiore simbolo di stagione?
Siamo una maison di fiori e ogni stagione ne eleggo uno. Dopo la dalia, questa volta è la calla lily. Compare nella stampa pittorica, nei gioielli, nelle borse: è il filo conduttore della collezione. C’è anche un’altra stampa, quella della piccola décolleté con tacco alto, un riferimento alla fragranza Good girl.
Le silhouette sembrano più strutturate rispetto al passato. È una scelta voluta?
Assolutamente sì. Ho pensato a qualcosa di scultoreo, minimale ma sempre femminile. Mi sembrava il momento giusto. Non ho proposto abiti lunghi fino a terra: le lunghezze sono più corte, i tacchi bassi. È una donna dinamica, sempre in movimento. Volevo trasmettere pragmatismo e un sense of ease, costruendo un vero guardaroba per questo tipo di donna creativa.
In passerella abbiamo visto molti separati, pizzi e un tocco spagnolo ben presente.
Sempre. I pizzi sono splendidi, con un tocco «little girl lace» ma sofisticato. E sì, c’è sempre un’anima spagnola. Ho lavorato molto sui pezzi separati, per dare versatilità.
Anche lo spazio della sfilata richiamava uno studio d’artista.
Era proprio questa l’idea: una studio visit. Sarah Oliphant ha realizzato un murale meraviglioso, abbiamo scelto sedie spaiate, creato una playlist che sembrasse quella che un’artista ascolta mentre lavora. È stato un progetto divertente, quasi una collezione nella collezione. E sono grato alle artiste che hanno accettato di partecipare, è stato un gesto generoso.

Quanto è importante per il brand sostenere le donne nell’arte?
È un pilastro della nostra identità. La maison è stata fondata nel 1981 da una donna forte e creativa. Abbiamo sostenuto la mostra «Maestras» al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, dedicata a pittrici dimenticate, e abbiamo un programma di borse di studio per designer al Fit-Fashion institute of technology di New York. È un impegno reale, non solo estetico.
Quando si conclude, per lei, il processo creativo?
Non in passerella e nemmeno sul red carpet. Si conclude quando vedo una donna indossare un nostro capo al ristorante, a una festa, per strada. Sono affascinato dal percorso che fanno i nostri abiti. E sono orgoglioso che produciamo quasi tutto ciò che presentiamo in show.
La palette della collezione è intensa, vibrante.
Il rosso Herrera è inconfondibile: papavero, chili, esuberante. Anche quando utilizzo tonalità più profonde, evito sempre i colori muddy. Il viola di stagione è ricco, high-fashion, così come il verde. Anche nelle sfumature più autunnali cerco sempre energia.
C’è anche un mix di riferimenti, dalle giacche scultoree a una certa sensualità anni 90.
Ho immaginato personaggi diversi: la collezionista, la gallerista, la pittrice. Lo si vede anche nel beauty, con make-up e hair look ben differenziati. Alcuni look hanno volumi quasi couture con maniche arrotondate importanti, altri richiamano una sensualità pragmatica anni 90, tra pencil skirt e trasparenze. Anche le scarpe riflettono questa coerenza, con un’unica silhouette, un kitten heel a punta, per tutta la collezione. Volevo qualcosa di reale, concreto.
Lei colleziona arte?
Sì, ma in modo molto, molto amatoriale (ride). (riproduzione riservata)
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